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New York fa tendenza anche a tavola.

Tra nuovi locali e qualche conferma, ecco dove andare a mangiar fuori quando si è nella Grande Mela. L’ultima tendenza è la cucina italiana, che ha finalmente conquistato la scena, e i palati, nei ristoranti cool di Manhattan. Stanchi dei colossali spazi di cibi fusion asiatici, genere Tao e Buddakan, i newyorkesi prediligono locali con un ambiente più caldo e una cucina più genuina. L’hot spot è Gemma, all’interno del Bowery Hotel (tel. 001.212.50.59.100.), che ha reso cool lo stile rustico con fiaschi di vino e candelabri usati appesi al soffitto, tavoli in legno consumato, un bar all’entrata coperto di rame. Il menu propone fritto misto e crostini, pizza nel forno a legna e spaghetti alle vongole, branzino al forno e pollo al mattone. La cucina italiana a New York è difficilmente paragonabile a quella di casa, ma per lo meno è un modo, per chi non ama avventurarsi fra le gastronomie esotiche, di cenare con il who’s who della vita notturna della Big Apple. Attenzione però alle lunghe attese. Da Gemma, per esempio, non accettano prenotazioni. Da Sfoglia, invece, dalla parte opposta della città, ai limiti dell’Upper East Side, la prenotazione è d’obbligo e deve essere fatta con grande anticipo (tel. 001.212.83.11.402). Gli chef del piccolo ristorante, che può accogliere solo cinquanta ospiti, sono anche proprietari della location originale di Sfoglia, a Nantucket, e hanno lavorato in Italia, a Firenze e Alba. Il loro menu è di influenza rinascimentale, cambia due volte al mese e propone antipasti, primi e secondi realizzati con ingredienti genuini fatti in casa, come ravioli di zucchine e menta, risotto ai funghi selvatici, mirtilli e lavanda, e orata al cartoccio con limone e finocchietto selvatico. Non manca un’ampia selezione di vini italiani e deliziosi dessert come la crostata di prugne ancora calda. L’ambiente è un po’ quello di una casa di campagna nel New England, con i tavoli di legno e i tovaglioli che sono come i canovacci per asciugare i piatti; al posto dei fiori, decorative ciotole di limoni e peperoni; i camerieri indossano il grembiule da cucina.

Tornando a downtown, in un brownstone West Village, lo chef Nicolas Cantrel, discepolo del grande francese Alain Ducasse, ha aperto Bobo (tel. 001.212.48.82.626), abbreviazione di bourgeois bohémien, un termine che traduce benissimo l’espressione cool, tanto usata di questi tempi. Anche qui l’home décor è il vero piatto forte, una sala da pranzo con giardino, camini e pezzi di antiquariato e un full bar nel piano inferiore. Il menu paneuropeo include pietanze tipiche del Sud della Francia come la bouillabaisse, e una nuova interpretazione di classici piatti italiani, per esempio pappardelle ai funghi a cui sono aggiunte le mandorle o la pasta al tartufo, insaporita con prosciutto e formaggio.

I ristoranti e bar degli alberghi più in sono sempre tra i favoriti, un fenomeno partito ai tempi di Asia de Cuba, legato all’hotel Morgan, e che rimane un popolare luogo d’incontro a Midtown. Dopo Gemma sulla Bowery, il Gramercy Hotel di Ian Schrager ha inaugurato Wakiya (tel. 001.212.99.51.330), un ristorante di haute cuisine cinese. Il locale, lungo e stretto, ha lanterne e tendine di seta rosse, mobili laccati di nero e sofà di raso. Lo chef, Yuji Wakiya, è giapponese, con un’esperienza di cucina cinese, che ha saputo adattare al gusto nipponico. Nonostante questa combinazione non sia piaciuta ai maggiori food critics (Frank Bruni del New York Times e Adam Platt del New York Magazine), che salvano poche specialità e giudicano Wakiya troppo ambizioso, le prenotazioni non mancano, perché in fondo il Gramercy Hotel rimane uno degli indirizzi meglio frequentati della città.

Tra le altre novità della New York notturna, Socialista (tel. 001.212.92.94.303) è un ristorante e lounge ispirato all’Havana degli anni Quaranta. Il proprietario, Armin Amiri, che è stato il buttafuori del Bungalow 8 (locale superesclusivo con sede anche a Londra), sa bene come mantenere il posto esclusivo. Se si ottiene con facilità una prenotazione al ristorante (basta mandare una e-mail a reservations@socialista.us), bisogna fare carte false per entrare nella lounge al piano superiore, a meno che non si conosca personalmente uno degli investitori come Sting, il produttore Harvey Weinstein o Giuseppe Cipriani, che ha realizzato il menu del ristorante. Se l’intenzione è solo quella di rilassarsi con cocktail e musica dopo una faticosa giornata di shopping, Retreat, cioè rifugio, è il posto ideale (tel. 001.212.48.86.600). Nei pressi di Union Square, è concepito come una baita con muri, candelabri e tavoli di legno, luminose immagini di una foresta e un deejay che lavora in quella che pare una casetta su un albero…

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