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Malesia – Singapore – Dubai: tra metropoli, jungla e mare tropicale!

Racconto di Viaggio di Ivanweb

Malesia – Singapore – Dubai
2005

Prefazione

Un viaggio preannunciato, questo della Malesia. Voluto già nel 2003 quando tutto era quasi pronto: itinerario, voli, guida della Lonely Planet e un bellissimo libro sui parchi naturali. Poi, all’ultimo momento, l’epidemia della SARS suggerì di non rischiare e così si cambiò destinazione in Sri Lanka – Maldive: ottima e riuscitissima alternativa che non ha fatto rimpiangere la scelta. Nel 2004 ritentammo ancora, ma la nostra amica Erika lanciò un invito a trovarla negli Stati Uniti e divenne un’occasione da non perdere per un’esperienza on the road nel continente americano. Quest’anno però non sussistono più scuse. Tra varie alternative, tra cui il Costa Rica è sembrata quella più valida, alla fine confermiamo la meta: si va in Malesia! L’itinerario è lo stesso studiato due anni fa ma più approfondito e articolato, così come la stessa è anche l’opzione speciale della tratta con la Emirates: atterraggio a Kuala Lumpur all’andata, rientro da Singapore e successiva sosta a Dubai al rientro. Il tutto senza aggiungere nulla al prezzo del biglietto.

Consultiamo per scrupolo qualche agenzia, ma questo volo non è contemplato e le alternative costano di più di quelle trovate in rete. Ecco dunque che si delinea per convenienza un lungo viaggio ‘fai da te’, organizzato in proprio dal primo all’ultimo giorno. Iniziamo dal sito di Expedia, bloccando una buona tariffa della Emirates a 780 euro per Roma – K.L., con rientro da Singapore – Dubai. Costruiamo il viaggio su questi scali prevedendo qualche giorno a K.L. ed aggiungendo il pacchetto del Taman Negara di 4 gg. / 3 notti ed una settimana di mare alle Perhentian. Inseriamo un volo interno di collegamento con sosta per un paio di giorni a Singapore, e terminiamo con lo scalo a Dubai con sosta di qualche altro giorno. Infine si torna a casa: 23 giorni in tutto sono una gran bella vacanza, la più lunga mai fatta finora!

Dopo varie consultazioni e letture sopraggiunge però un grosso interrogativo: alle isole Perhentian che tempo fa a fine ottobre? Nessuno riesce a chiarire bene questa cosa e dare una risposta certa. Si parla nelle guide della maggior parte dei resort che restano aperti fino a metà novembre. Ma a quanto sembra questo non corrisponde sempre al vero, perché dipende di anno in anno dalla stagione. E la nostra a quanto pare è sfortunata da quelle parti. Scrivo direttamente via email ai vari resort del Flora Bay, Coconut ed altri i quali rispondono all’unanimità che la chiusura è prevista in anticipo: dal 10 ottobre in poi, massimo fine mese, causa arrivo dei monsoni. Il tempo è brutto… E i traghetti diventano irregolari. Una delusione tremenda, considerato che contavamo fortemente di vedere queste isole che tutti descrivono paradisiache e paragonano addirittura a Maldive e Seychelles. Dobbiamo rassegnarci e lasciar perdere quel tratto di costa. Si va sul versante opposto della Malesia peninsulare sul mare delle Andamane, nell’isola di Langkawi dove, al contrario, ad ottobre finisce la bassa stagione ed inizia quella alta dal primo novembre. Da questa data, anche i prezzi dei resort aumentano sensibilmente. Niente barriera corallina e snorkelling sfrenato come nei progetti delle Perhentian, ma nell’isola delle leggende, come viene soprannominata, a quanto pare c’è molto altro da fare e visitare. Staremo a vedere…. Nel 2002 andammo nello stesso periodo a Krabi, in Tailandia, appena qualche centinaio di chilometri più a nord, e il tempo fu meraviglioso!

Opero una sfrenata ricerca in Internet per la scelta degli hotel, che portano pezzo dopo pezzo al compimento della nostra vacanza. Non lasciamo nulla al caso e prenotiamo tutto via rete, sfruttando dritte ed esperienze di altri turisti realmente stati nei vari posti, i quali lasciano preziose recensioni nell’utilissimo sito di www.tripadvisor.com.

Questo diventa l’ITINERARIO definitivo, con i prezzi convertiti al cambio di

Malesia: 1 euro = 4,43 MYR;

Singapore: 1 euro = 2,01 $

Dubai: 1 euro = 4,20 Dirams

– Volo Cagliari – Roma (andata con Air One e rientro con Meridiana) – costo 126 euro a persona (usufruendo delle tariffe agevolate della continuità territoriale);

– Volo andata Roma – Kuala Lumpur con scalo Dubai e rientro Singapore – Dubai – Roma con Emirates – costo 780 euro a persona

– 4 notti al Concorde hotel (3 stelle) a Kuala Lumpur (ottima posizione centrale) – costo circa 22 euro a notte/persona in camera tripla superior executive con vista Petronas;

– 4 gg. / 3 notti package explorer del Taman Negara, prenotato dal sito della catena del Mutiara (che hanno gli chalet 3 stelle all’interno del parco) – costo circa 282 euro a persona in camera tripla (tutto incluso, compresi pasti, guida locale ed escursioni giorno per giorno);

– 1 notte al Mandarin Hotel (5 stelle) a Kuala Lumpur per rigenerare le forze al rientro dalla jungla (l’hotel è proprio sotto le Petronas e fianco al parco, uno dei più belli e lussosi della città!!!) – costo circa 42 euro a notte/persona in camera tripla;

– spostamento in volo con la Malesian Airlines da Kuala Lumpur all’isola di Langkawi, costo 167 euro a persona (compreso rientro Langkawi – Singapore con scalo a K.L.);

– 7 notti al Langkawi Village resort (3 stelle, tra quelli meglio recensiti ad un prezzo più che ragionevole), costo circa 20 euro a notte/persona in camera standard tripla (volevamo la superior che costava soli 2 euro in più ma non era disponibile!)

– 3 notti al Pan Pacific (5 stelle), centrale in zona Marina Bay – costo 49 euro a notte/persona in camera deluxe con balcone panoramico vista skyline della città;

– 3 notti a Dubai al Jumeira Rotana Hotel Apartament (3 stelle, in centro città – zona Bur Dubai e purtroppo non sul mare) – costo 45 euro circa a notte/persona contro il minimo di 120 euro a notte/persona per l’hotel più economico (l’Oasis Beach) della spiaggia di Jumeira, per giunta con camera vista verso i grattacieli in costruzione, e non dalla parte del mare….;

I voli interni, il Mandarin e il Pan Pacific hotel vengono prenotati tramite Expedia per problemi di capienza di carta di credito (Expedia permette infatti, a differenza di altri siti, di poter prenotare con carte di credito diverse dalla persona richiedente), mentre i restanti hotel vengono prenotati direttamente dai loro siti ufficiali.

Apprendiamo altre fondamentali informazioni per decidere cosa portare e non nelle valigie (che dobbiamo tenere il più possibile leggere e comode, visto il gran numero di spostamenti), ed ecco qua! Ivan, Stefania ed Erika: in tre, pronti a rendere in qualsiasi modo il più possibile memorabili ed indimenticabili i prossimi 23 giorni di questo viaggio! Inizia tutto il martedì del 18 ottobre dell’anno 2005….

Diario di viaggio

18/10/2005 – Volo Cagliari – Roma – Dubai

I preparativi si concludono con uno zaino per bagaglio a mano ed un borsone / trolley di medie dimensioni a testa. Siamo stati bravi. Alle 11.00 decolla il primo volo con la compagnia Air One dall’aeroporto di Elmas-Cagliari, che atterra a Roma dopo un’ora esatta. In attesa dell’internazionale sostiamo a ‘Terrazza Roma’, un’area di Fiumicino che io e Stefania conosciamo ormai a memoria, grazie ai numerosi precedenti viaggi. Qui compriamo quella che diventerà la mascotte ufficiale della vacanza: un pupazzetto scimpanzé che soprannominiamo buffamente ‘Umpa Lumpa’, per merito di un suggerimento di Erika che si rifà al film ‘La fabbrica di cioccolato’.

Alle 16.55 decolla il volo internazionale 93 della Emirates, un Boeing 777/300, che dopo cinque ore e mezza e 4.328 Chilometri atterra alle 00.05 (ora locale) a Dubai (DBX). Siamo fortemente incuriositi da questo aeroporto, che infatti non delude affatto le aspettative!

KUALA LUMPUR

19/10/2005 – Volo Dubai – Kuala Lumpur. Concorde hotel. Petronas.

Restiamo qualche ora a passeggiare per gli enormi corridoi dell’aeroporto di Dubai, considerato una sorta di gioiello: splendido, luccicante, e soprattutto incredibilmente vitale nonostante sia notte fonda. Bisogna quasi camminare a spinta! Sembra l’ora di punta ma è invece l’una di notte… gli aeroporti italiani a quest’ora sono deserti!

Decolliamo alle 3.10 col volo Emirates 343, salendo su un altro Boeing modello 777/200, più grande e lungo del primo. Altri 5.533 Chilometri e sette ore di aereo per atterrare alle 14.00 passate a Kuala Lumpur. Qui preleviamo come prima cosa un pò di moneta locale, cambiando euro al tasso di € 1 = 4,43 MYR (Ringgit) e prendiamo un taxi per arrivare al Concorde Hotel. L’aeroporto dista una settantina di Chilometri dal centro della capitale. Il tassista, di nome Deva, stabilisce una tariffa di MYR 90 in un comodo minivan. Durante il tragitto spiega alcune cose interessanti (tra cui le parole basilari del malese). E’ molto gentile e simpatico. L’autostrada è in perfette condizioni, larga e scorrevole. Piove parecchio ma non siamo sorpresi: lo davamo per scontato. Si scorgono le prime case, dalle quali sullo sfondo si alzano, con vista emozionante,  le Petronas Twin Tower ancora lontanissime. Entrare nel traffico della città, che a poco poco diventa sempre più intenso, ma abbastanza ordinato e mai caotico e anarchico come quello riscontrato in tutti gli altri paesi orientali, quali Tailandia e Sri Lanka.

Arrivati al Concorde, hotel a tre stelle, sbrighiamo le formalità di registrazione. Curiosamente rilevano soltanto il mio passaporto e nessun documento di Erika e Stefania, prendendo inoltre un deposito cauzionale di 400 MYR! Ma se la prenotazione è già stata saldata è proprio necessario? "Paese che vai, usanze che trovi…" viene subito da pensare… La nostra camera è la superior executive n° 1216 al piano 12, con splendida vista verso le Petronas Twin Tower e piscina sottostante! Purtroppo non si può aprire la finestra in nessun modo per tentare di affacciarsi… con tutta probabilità, per evitare spiacevoli incidenti di turisti distratti. L’alloggio è carino, spazioso ed il bagno molto bello con un grande ripiano in marmo per appoggiare tutto l’occorrente. Il terzo letto viene introdotto più tardi insieme alle valigie e non è molto confortevole…piuttosto piccolo e col materasso troppo molle. Erika si sacrifica per noi e sceglie "volontariamente" di dormirci, previa pretesa però di avere come compagna la mascotte Umpa Lumpa….

Dopo una veloce sistemata, tentiamo la prima passeggiata per le vie di Kuala Lumpur. Sono le 19.00 e la pioggia continua a scrosciare incessante. Per fortuna abbiamo scelto con attenzione il Concorde, il quale risulta in pieno centro e molto vicino alle Petronas. Seguiamo un percorso in senso orario ad anello, sostando subito al Tourist Information che è proprio adiacente al lato destro dell’hotel. E’ aperto, ma non si vede nessuno all’interno. Ascoltiamo la tipica cantilena musulmana in sottofondo e sospettiamo siano tutti a pregare: torneremo domani. Proseguiamo per una mezzora fino a raggiungere le Petronas, che si rivelano un vero spettacolo davanti ai nostri occhi: enormi, altissime ed egregiamente illuminate, sono da ammirare a bocca aperta in tutto il loro splendore!

Passano decine di minuti tra riprese, scatti delle foto di rito e passeggiate intorno al complesso, finché non entriamo al Suria KLCC, l’immenso centro commerciale che si estende per i primi quattro piani. Pullula di gente ed è strabiliante, ultramoderno e bellissimo! L’atrio di ingresso offre una visione mastodontica del salone alla base di una delle due torri, nel quale le persone appaiono piccoli puntini in movimento. Rinunciamo all’ascensore che è particolarmente lento, sovraccaricato di prenotazioni, e camminiamo liberamente senza meta precisa. Il tutto è molto americanizzato con la presenza di tutte le principali catene di fast food alimentari conosciute e, se non vedessimo la tipica fisionomia orientale dei malesiani, potremmo pensare di trovarci in una grande metropoli occidentale.

Lasciamo le Petronas alle spalle e rientriamo verso l’hotel dalla strada principale, che Deva ha detto essere la zona dei caffè e dei ristoranti. Di passaggio, siamo ispirati da un forte istinto nazionalista dall’Italiano "Modesto’s", nel quale entriamo per cenare. E’ un locale molto carino e ben curato, con luci soffuse e un gradevole acquario incastonato nel muro. Ordiniamo due pizze e un piatto di pastasciutta con tre coca-cola come bevande al prezzo di MYR 130. Teniamo questo prezzo come riferimento per un ristorante di classe quale questo si presenta. Avremo molte altre occasioni nei prossimi giorni per assaporare la cucina orientale!

20/10/2005 – Skybridge alle Petronas. Chinatown. Merdeka Square. Little India. KLCC Tower.

Sempre seguendo i suggerimenti del primo giorno di Deva, usciamo presto alle 7.00 del mattino, prima ancora della colazione, per riuscire a visitare lo Skybridge (il ponte che unisce le due torri) delle Petronas. I biglietti infatti sono gratuiti ma le visite giornaliere vengono contenute ad un numero limitato di persone. Arriviamo nella quasi totale desolazione: persino la serranda del ticket office è ancora chiusa. I turisti però non tardano molto a farsi vedere e nel giro di pochi minuti si forma una lunga coda a serpentina! La visita dura appena 15 minuti ed il nostro turno è prenotato per le 9.00. Inutile perciò rientrare al Concorde. Aspettiamo direttamente sul posto guardando gli interessanti documentari della sala adiacente. Le Petronas sono oggi le torri gemelle più alte del mondo, raggiungendo quasi i 500 metri di altitudine. Lo skybridge è l’unico punto visitabile e si trova al 41° piano a 170 metri. In tutto vi sono 88 piani all’interno dei grattaceli, sede di uffici delle grosse società multinazionali: proprio come si vede nel film ‘Entrapment’, che non può non venire in mente stando qui dentro!

Finalmente arriva il turno delle 9:00 e raggiungiamo in gruppo l’enorme ascensore, che sale velocissimo creando un fastidioso senso di nausea. Il panorama da sopra è impressionante, nonostante sia presente molta foschia ed il cielo sia totalmente coperto. Si vede gran parte della città, tantissimi palazzi moderni, il parco futuristico ed il centro commerciale sottostante, mentre l’intenso traffico cittadino si manifesta con piccolini puntini in movimento che sono i veicoli! Scattiamo una valanga di foto e riprendiamo tutto. Il tempo scade velocemente e una volta scesi torniamo a piedi all’hotel: abbiamo meritato una lauta colazione alle 10 in punto del mattino!

E’ presente pressoché qualsiasi cosa da bere nel buffet del Concorde: succhi di frutta, latte, thè. Ma non si trova la cosa più importante: l’acqua! Erika è costretta a chiederla cortesemente al cameriere ma, chissà per quale strana tradizione locale, le viene servito un bicchiere di acqua calda, imbevibile… E’ già la seconda volta che succede!

Esploriamo brevemente l’hotel, per poi uscire nuovamente alle 11.00 raggiungendo il Tourism Information Center. Questa volta è aperto per davvero e chiediamo informazioni ad una cordialissima ragazza malese, la quale con calma spiega tutte le possibili gite da fare sia in zona che fuori città, comprando i pacchetti organizzati da agenzie o in alternativa muovendosi in proprio.

Seguendo i suoi consigli, iniziamo la visita della città partendo dalla caratteristica Chinatown, più a Sud. Per arrivarci prendiamo la Monorail, la quale fermata è situata poco più a destra dell’ufficio del turismo. Saliamo su delle rampe di scale e paghiamo il ticket, che costa pochissimo (1,60 MYR). Attendiamo incuriositi per pochi minuti l’arrivo del metro e rimaniamo esterrefatti e divertiti dal tragitto,  considerando che si parla di un treno che cammina sospeso a quaranta metri sopra il traffico della città! Kuala Lumpur è una metropoli davvero tecnologica!

Scendiamo alla fermata di Maharajalela, all’ingresso di Petaling Street, con annesso market sulla strada principale. Il panorama cambia radicalmente e dagli alti grattacieli si passa a case di tre piani al massimo, con bancarelle tradizionali sulla strada le quali vendono ogni sorta di oggettistica, abbigliamento, e via di seguito… Adesso sì che si assapora la vera atmosfera orientale! Nel frattempo inizia a piovere e nonostante la parziale copertura a tetto del mercato, la saggezza consiglia come primo acquisto in malesia un utilissimo ombrello…. Entriamo in diversi negozi, adocchiando interessanti souvenir locali, percorrendo tutta la strada finché arriviamo a delle scale mobili, che conducono alla visita di altri mercatini sparsi ovunque.

Per pranzo sostiamo in un veloce e super economico McDonald, spendendo 20 MYR in tre, ordinando i classici menù già pronti. Proseguiamo la passeggiata attraversando la città da sud a nord, visitando il Central Market e Merdeka Square, dove risiedono il notevole Palazzo del Sultano Abdul Samad e la bandiera più alta della Malesia (anche in questo si sente aria d’america, poiché i malesiani ne ricordano il nazionalismo).

L’ultima tappa è Little India, più contenuta di Chinatown e anche più – diciamo così – "spartana". Questa zona della città rende piuttosto bene l’idea di sobborgo povero, anche se in nessun caso raggiunge i livelli di squallore visti a Bangkok… Da questo punto di vista Kuala Lumpur (almeno il centro) è su un altro pianeta: molto più ordinata e pulita, anche se qualcuno potrebbe considerarla probabilmente più impersonale e troppo occidentalizzata…

Compriamo una scheda telefonica internazionale per MYR 30 e rientriamo in hotel a piedi. Sempre camminando, per concludere la giornata in bellezza, alle 19.45 andiamo a visitare la K.L.C.C. Tower, sul lato opposto alle Petronas (il Concorde si trova esattamente a metà strada tra le due). Di strada osserviamo le meraviglie della città illuminata in notturna, con hotel ultramoderni e illuminati talvolta in maniera bizzarra, come quello che presenta il disegno di un cammello sulla facciata.

Entriamo in un parco e risaliamo una collinetta, fino a raggiungere la base della torre: è impressionante vista da qua sotto! Il ticket viene MYR 60 e la visita permette di raggiungere l’altezza di 400 metri dal suolo (molto più in alto dello skybridge!!!). Anche questo ascensore parte a razzo con una velocità alquanto fastidiosa per lo stomaco… Da sopra, la vista di Kuala Lumpur in notturna è strepitosa, ammirabile a 360° sulla pedana con i vetri trasparenti che fa tutto il giro della torre. Vi sono dei binocoli per osservare meglio i singoli punti di interesse e viene consegnata una guida auricolare per le spiegazioni. Meritevole più di tutti è il panorama sul lato che volge alle Petronas, che si stagliano in tutta la loro magneficienza tra le mille luci della città. Riconosciamo a fianco anche il Mandarin Oriental hotel, considerato tra i più lussuosi, nel quale abbiamo prenotato una notte al rientro dal Taman Negara. Un piano sotto il nostro poi c’è il ristorante: deve essere favoloso cenare con questa vista! Prima di andare via, scattiamo una memorabile foto tutti insieme, grazie ad un fotografo attrezzato di cavalletto e Nikkon digitale che offre un servizio di stampa immediata. Per MYR 33 portiamo a casa davvero un bel ricordo!

Usciti dalla torre torniamo in centro e ceniamo al ristorante giapponese "Hanabi", dove tra sushi e pietanze varie spendiamo MYR 176. Anche questo è un locale notevole di una certa classe, con un servizio impeccabile. Per me è inoltre un’esperienza abbastanza ‘impegnativa’, non avendo mai provato la cucina giapponese e considerando lo sforzo di imparare a mangiare con le bacchette…

21/10/2005 – Tour guidato per Melaka (Malacca).

Dopo colazione, scendiamo nella lobby in attesa del pick-up per il tour di un giorno intero a Malacca (durata otto ore), prenotato dal Tourist Information center al prezzo di Myr 360. In realtà il pulmino che arriva alle 8.45 porta a fianco allo stesso Tourism center (potevamo tranquillamente arrivare a piedi, con calma, in due minuti) e dobbiamo attendere ancora fino alle 9.30 per l’autobus della gita. Questo non si presenta bene esternamente e dentro è ancora peggio! E’ il più scardancato mai preso nella mia vita finora, con degli ammortizzatori inesistenti e posti a sedere sul retro tremendamente scomodi. La prendiamo comunque a ridere, nel giusto spirito di ironia fondamentale per il turista che ha necessità di adattarsi a tutto e superare gli imprevisti grossolani…

Percorriamo due ore di strada tra fastidiosi salti e un continuo stridulare, finché finalmente l’autobus parcheggia e mettiamo piede sul suolo di Malacca. Iniziamo il tour osservando la più antica Chiesa Cristiana ancora in uso in Malesia. Si trova di fronte ad una bella piazzetta colorata nella quale caratteristici "taxi" bicicletta a tre ruote, splendidamente addobbati di fiori freschi e vivaci, portano i turisti in giro. Tra l’altro è la prima volta che vediamo il sole: era ora!

La guida si impegna a spiegare storia e nozioni ma è impossibile che tutto il gruppo senta: siamo in tanti e c’è (giustamente) chi si ferma un attimo per fare almeno due foto, rimanendo come me indietro… Le visite da questo punto di vista sono troppo veloci e frettolose. Per fortuna abbiamo almeno il nostro bollino giallo adesivo incollato sulla maglietta, che ci separa dalla folla permettendo un facile riconoscimento del gruppo…

Saliamo su per una collina a vedere il Sultan’s Well. Da sopra si presenta un discreto panorama, con un bel colpo d’occhio sui tetti rossi delle casette vicino al porto e sui bizzarri palazzi costruiti identici ad altezze crescenti (sembrano scatole cinesi, uno potrebbe stare dentro l’altro…). Qualche vecchio rudere e cannone della ex colonizzazione europea rendono più interessante il posto, insieme ad antichi treni, aeroplani ed auto che farebbero la gioia di qualsiasi collezionista da museo. Visitiamo inoltre la Porta de Santiago e il Portuguese Settlement, più le rovine della St. Paul’s Church.

Il pranzo si consuma in un ristorante locale, con tipica cucina malesiana. E’ un posto grazioso nel quale si mangia bene, anche se evitiamo il pollo per la fobia in questo periodo dell’aviaria (probabilmente ingiustificata da queste parti, visto che non si sono ancora verificati casi dichiarati).

La gita si conclude con un pò di shopping a Chinatown, dove finalmente veniamo lasciati liberi di passeggiare, anche se per poco tempo. Compriamo qualche scacciaspiriti, delle catenine e delle cartoline, ma si potrebbero acquistare talmente tante cose da azzerare la carta di credito in un battibaleno…. soprattutto per quegli oggetti che da noi vengono a costare 3-4 volte tanto, come le fontane ad acqua, i vasi ed i portacandele. Purtroppo è roba troppo pesante da portare in valigia… Diamo anche un’occhiata veloce ad un tempio buddista, dove Stefania ed Erika sono letteralmente "catturate" da un anziano signore, il quale prova ad inculcare le sue teorie spirituali (di cui però ne capiscono solo la metà delle frasi, visto l’ostico inglese parlato…).

Infine rientriamo all’autobus dove, con altre due ore di massacro della spina dorsale, veniamo riaccompagnati al Concorde Hotel. Il destino vuole che appena messo piede a Kuala Lumpur sia di nuovo tutto nuvoloso! Una gita carina quella di oggi perché Melata è una delle città più interessanti nei dintorni della capitale, ricca di storia e cultura. Purtroppo il tour guidato è nel complesso deludente perchè troppo frettoloso. L’ideale sarebbe stato organizzarsi in proprio per visitarla da soli, senza avere orari.

La sera usciamo alle Petronas e passeggiamo senza meta per il centro commerciale. Per cena invece sostiamo al rientro all’Argentina Steakhouse Maredo’s, nutrendo il nostro organismo con una signora bistecca, accompagnata da insalata e contorni vari. Il locale è carino, molto personalizzato e accogliente. C’è persino una mucca finta all’ingresso con la quale scattiamo una simpatica foto…

22/10/2005 – Tour guidato per le Batu Caves. Lake Gardens a K.L.

Si ripete lo stesso iter di ieri mattina. Per il Tour delle Batu Caves di mezza giornata (prenotato al costo di MYR 150), il pickup passa alle 8.45 in hotel e conduce al Tourist Center a pochi metri di distanza. Attendiamo tre quarti d’ora quando invece potevamo essere là in pochi minuti a piedi… Oggi ho un mal di gola fortissimo, causa una notte insonne e il classico colpo di freddo dovuto agli sbalzi di temperatura dell’aria condizionata. Per fortuna, per la gita si presentano molte meno persone di ieri e l’autobus è comodo e confortevole.

Si parte puntuali alle 9.30 e la prima tappa è la fabbrica del peltro. E’ la più grande al mondo e la visita risulta molto interessante e singolare. Si parla di un grande cantiere aperto nel quale centinaia di persone lavorano artigianalmente ancora a mano questo materiale, simile ad un misto di acciaio e latta, creando gli oggetti più svariati. Erika prova per qualche istante l’ebbrezza di adoperare gli utensili in uso, tra le nostre risate divertite. Passeggiamo poi nella consueta sala dello shopping, con oggetti unici al mondo nel loro genere anche se a prezzi piuttosto cari. Tanto per fare un esempio, il set del Signore degli Anelli: una scacchiera personalizzata con i protagonisti buoni e cattivi del racconto, calici e bicchieri in tema, etc. etc.

La seconda tappa del tour riguarda una veloce fermata in un piazzale erboso, con esemplari dei cosiddetti alberi della colla. Viene spiegato come ricavare il prezioso liquido bianco che cola dal tronco, e la successiva lavorazione per l’utilizzo.

La successiva sosta è invece sempre inerente l’artigianato, stavolta quello della produzione dei batik. Troviamo degli ottimi parei, vestiti e quadretti prodotti localmente. Ne compriamo due con immagini di gatti per MYR 150.

Arriviamo alla terza e ultima visita: le Batu Caves. Abbiamo completa libertà di movimento, rispettando ovviamente l’orario di rientro all’autobus. Una lunga scalinata molto faticosa, più che altro per il caldo, conduce sopra fino alle grotte. E’ un bel colpo d’occhio osservare tutto il sito, con le alte pareti di promontori calcarei tondeggianti, ricoperti di fitta vegetazione tropicale e da cui spuntano infinite stalattiti di grosse dimensioni. Ricorda molto il paesaggio di Krabi in Thailandia. E soprattutto è pieno zeppo di macachi che sbucano ovunque e dai quali bisogna stare molto attenti per via della loro bravura e sfrontatezza nel rubare buste ed oggetti ai turisti. Assistiamo per l’appunto a diverse rapine a poveri bambini ignari del fatto…

Una volta in cima, un’enorme cavità si apre in mezzo alla montagna e sbuca poco più avanti, dove è stato costruito un piccolo tempio induista. Il tutto è caratteristico ma mai quanto queste buffe arzille scimmie, che rappresentano la vera attrazione delle Batu Caves. E’ bellissimo osservare le mamme con i figlioletti piccoli negli atteggiamenti più affettuosi o stravaganti. Le foto, inutile dirlo, si sprecano. E per concludere, al rientro rischio qualcosa anche io, scendendo le scale col mio pacchetto di crackers aperto e un macaco attaccato alle spalle pronto a scipparmi!

Alle 13.00 siamo di nuovo in hotel. Pranziamo alle Petronas in un’area dedicata ad ogni tipo di cibo esistente sulla terra, con vari ristoranti e fast food. Il pomeriggio prendiamo la Putra LRT per Chinatown e intraprendiamo una lunga camminata per i Lake Gardens. Abbiamo sottovalutato le distanze e soprattutto il fatto che la strada sia completamente in salita! Tra l’altro, una volta entrati nel parco, che è molto più grande e dispersivo del previsto, realizziamo con amarezza che tutti i chioschi sono chiusi per via del Ramadan. Stiamo morendo di sete! Per fortuna, scopriamo almeno che è possibile acquistare una bottiglia d’acqua nei bagni a pagamento, dove la signora all’ingresso tiene le bibite in fresco per le emergenze…

Il parco è bello, enorme, diviso in settori e sentieri, impossibile da visitare in un paio d’ore. Vi sono spazi aperti ricoperti di un fitto verde, numerosi laghetti, sculture di cespugli potati ad arte con le forme più bizzarre (come quelle dei dinosauri), parecchi giochi per divertire i più piccini e non. Sostiamo su un bel piazzale, con siepi labirintiche e una bella fontana, finché raggiungiamo sfiniti la strada asfaltata in cerca di un taxi.

Rientriamo in hotel impiegando pochi minuti e spendendo a mala pena MYR 6! Era decisamente meglio prendere un taxi anche all’andata! Una volta scesi, io ed Erika andiamo a fare la spesa in un 7 eleven vicino al Crowne Plaza, l’hotel dove domani partirà il tour per il Taman Negara. Sono dieci minuti di strada a piedi da qui al Concorde ma per rientrare siamo talmente stanchi che saliamo comunque su un taxi, visto l’esiguo costo del trasporto. Troviamo stavolta un autista eccentrico, che pare davvero ubriaco nel modo di parlare, nei gesti e, peggio che mai, nella guida! Probabilmente pensa di essere a Bangkok, dove i tuk-tuk sfrecciano e gareggiano nel traffico anarchico… ma qui siamo a K.L. e cose di questo genere non ne avevamo ancora visto! Continua a ripetere degli 88 piani delle torri, con un pessimo incomprensibile inglese misto ad altre parole sconosciute. Il dialogo è praticamente impossibile e andiamo avanti a gesti, mentre ridiamo ripetutamente in modo isterico per le sue manovre azzardate. Dopo il salvataggio per un soffio di alcuni pedoni, scampati di qualche centimetro al cofano del taxi, finalmente rientriamo tutti interi al Concorde con un’esperienza in più da raccontare…

Per cena raggiungiamo di nuovo il Modesto’s, l’unico ristorante che meriti il bis senza pensarci troppo. Del resto, meglio mangiare oggi italiano poiché al Taman Negara non sappiamo cosa succederà! Stasera il tavolo assegnato è all’aperto, con ottima musica dal vivo di un duetto molto bravo che, nonostante suoni nel locale adiacente, si sente e si vede perfettamente come fosse qui. La pastasciutta con arselle non delude affatto le aspettative per abbondanza e qualità, colmando la nostalgia della cucina nostrana… possiamo adesso andare nella jungla anche senza preoccuparci del cibo dei prossimi giorni!

TAMAN NEGARA

23/10/2005 – Trasferimento a Kuala Tembeling in bus. Wooden boat fino al Taman Negara (Mutiara chalets).

In una ventina di minuti raggiungiamo a piedi il Crowne Plaza Mutiara Hotel, portandoci appresso le valigie e i bagagli. Qui ho prenotato (dal sito internet della catena Mutiara) l’Explorer Packages 4gg/3n al Taman Negara, compreso praticamente di tutto: pernottamento, pasti, escursioni guidate, trasferimenti da e per Kuala Lumpur. Alle 8.45 una ragazza si presenta alla lower lobby per la registrazione e mostra il pullman di riferimento. Siamo pochissimi. Aspettiamo qualche minuto, osservando lo stupefacente lusso della hall dell’hotel, poi carichiamo le valigie e partiamo alle 9.00. L’autobus è nuovo, silenzioso e comodissimo, ed il viaggio scorre tranquillo sotto la musica delle cuffie del mio lettore mp3…

Dopo due ore e mezzo, alle 11.30 mettiamo piede a Kuala Tembeling. Qui operiamo un’altra veloce registrazione per il Taman Negara (pagando simbolicamente 1 MYR a testa) e per il Mutiara Chalet (pagando 5 MYR per camera). Dobbiamo aspettare fino alle 13.00 l’arrivo delle wooden boat, le tipiche imbarcazioni locali costruite in legno. Non c’è un granché da fare o visitare in effetti da queste parti. Siamo in una sorta di caseggiato all’aperto, con un piccolo ristorante spartano ed un molo in legno raggiungibile con ripide scalinate, mentre sulla strada retrostante sono presenti a mala pena un paio di market e negozietti per le prime necessità. Fa molto caldo e l’umidità è altissima. Durante l’attesa incontriamo i primi due italiani del viaggio, per giunta con nostro immenso stupore nientemeno che cagliaritani! Coincidenza pressoché incredibile, dal momento che vi sono in totale dieci turisti in questo posto…

L’imbarco sulla wooden boat è tutto un programma: dobbiamo scendere le valigie dai ripidi scalini con una discreta fatica, attraversare una lamiera in metallo che funge da ponticello sulla pedana, e salire in modo rocambolesco sulle strette e lunghe barchette! L’esperienza inizia ad assumere connotati avventurosi completamente diversi da Kuala Lumpur! Lasciamo dunque alle spalle la comoda civiltà per entrare nella natura e ne prendiamo atto nelle due ore e mezzo di risalita sul fiume sulla wooden boat (per fortuna motorizzata – mancava solo di remare…). Altre due imbarcazioni sono partite cariche di turisti, appena prima della nostra. Ma essendo gli ultimi, per nostra fortuna possiamo godere il viaggio distesi in cinque appena dentro uno scafo di dodici persone. L’arrivo al Mutiara si fa desiderare, mentre scorrono davanti ai nostri occhi case sparse, tribù locali, mandrie di buoi che si rinfrescano…

Finalmente ecco comparire il villaggio dopo un’ansa del fiume! Sbarchiamo su una pedana in legno galleggiante, saliamo una faticosa ripida gradinata e siamo nel cuore del resort del Mutiara Taman Negara. E’ carinissimo, molto particolare e suggestivo. Singolare anche perché, oltre ad essere considerato il miglior alloggio del posto, è posizionato dalla parte sinistra del fiume da solo, mentre il resto del paese con ristoranti galleggianti, altri alloggi e modesti negozietti, si trova sulla destra. Ovviamente esiste un servizio di traversata a prezzo irrisorio da una sponda all’altra. Il bello del Mutiara poi è di avere tre file di chalet di cui le più esterne sono a pieno contatto con la jungla. Dal ricevimento ci viene assegnata la camera n° 65, che risulta nella linea centrale e all’estremità più lontana… forse i macachi non verranno a bussare sul nostro tetto qui – peccato!

Il luogo è a dir poco meraviglioso. Osserviamo tutto estasiati essendo la nostra prima vera esperienza nella jungla. Gli chalet sembrano baite di montagna, interamente in legno, alcuni rialzati da terra per prevenire pericolo di piene. Il villaggio infatti è leggermente in discesa verso il fiume. Tanto per restare in tema, ovviamente piove e purtroppo il trekking previsto per stanotte rischia di essere compromesso. Leggiamo con curiosità i cartelli segnati nel sentiero, che potrebbero suscitare una certa ilarità, come: "Attraversamento scimmie", o "Attraversamento serpenti" e "Qui varani!". Sono invece tutti veri, e ne abbiamo la prova dal lucertolone di mezzo metro che sta sotto i nostri piedi nascosto nell’erba…

Raggiungiamo la stanza, ovviamente più spartana di un albergo cittadino, ma con tutto l’essenziale presente. Mancano all’appello l’asciugacapelli (che intelligentemente per precauzione abbiamo portato appresso), il frigo minibar, e il terzo letto (di nuovo!), che viene aggiunto in seguito. Quest’ultimo è proprio bruttino: in poche parole un materasso inconsistente buttato per terra! La prima regola che imponiamo rigidissima è: non lasciare mai aperte la porta e le finestre per evitare l’invasione di spiacevoli insetti, ragni, zanzare e quant’altro di fastidioso conosciuto ma, soprattutto, di non conosciuto!

Dopo una sistemata veloce e una generosa dose di repellente, torniamo al ricevimento ed incontriamo la nostra guida di nome Azam. E’ un tipo pacato e riflessivo e, oltre ogni piacevole previsione, ci seguirà sempre lui per i tre i giorni che trascorreremo nella jungla: sarà tutto solo per noi! Questo vuol dire che faremo ogni escursione per conto nostro e saremo totalmente indipendenti senza altri turisti in mezzo a decidere per noi. E’ un ottimo inizio!

Ci diamo appuntamento alle 20.30 per il trekking notturno, poi passeggiamo raggiungendo il Minimarket del villaggio. E’ piccolissimo, ha giusto qualcosa di prima necessità per alimentari, vestiario, repellenti, etc. Ceniamo a buffet al Tahan Restaurant, l’unico ristorante presente al Mutiara: è all’aperto (ma ovviamente con la copertura sul tetto), carino e spazioso. La scelta non è vastissima ma si mangia discretamente. Intorno vi sono diversi splendi gatti che ogni tanto vengono a curiosare e si fanno coccolare, spingendosi fino ai tavoli.

Alle 20.30 in punto incontriamo Azam per il trekking notturno. Le condizioni metereologiche sono disastrose: sta semplicemente diluviando! Siamo attrezzati di poncio e ombrello ma la doccia è comunque assicurata perché l’acqua è un fitto muro da attraversare… Riusciamo infatti a fare solo pochi passi e raggiungere una pedana in legno a due piani coperta dove, attrezzati di pila per la totale mancanza di illuminazione, osserviamo la jungla sotto la pioggia e al buio. Purtroppo non si vedono insetti (che erano il vero scopo del trekking notturno) perché con l’acqua si ritirano. Vediamo invece dei cervi addormentati a cui il diluvio universale sulla schiena non tocca minimamente… Per il resto si respira un’atmosfera straordinaria! Basta spegnere la torcia e rimanere nel buio più intenso, ascoltando solo la pioggia scrosciante e i suoni della jungla. Non vi sono parole per descrivere l’emozione di tutto ciò agli occhi di un comune cittadino. Attendiamo una mezz’oretta e rientriamo. Azam appare dispiaciuto ma la pioggia non accenna minimamente a diminuire. Propone comunque di ritentare domani.

Arriviamo zuppi in stanza e nel frattempo manca anche l’elettricità in tutto il villaggio, dopo una serie infinita di tuoni da guinness dei primati… questa, signori, è la jungla!

24/10/2005 – Trekking nella jungla (Bukit Teresek). Canopy walkway. Lata Berkoh e Waterfall.

Possiamo dimenticare gli orari sonnolenti di Kuala Lumpur, perchè qui si fa colazione alle 7.30 per sfruttare appieno le ore di luce. Alle 8.30 incontriamo Azam che farà da guida per il trekking nella jungla. Percorriamo il viottolo che attraversa tutto il villaggio e appena pochi metri oltre sparisce ogni segno di civiltà. Si cammina ora su un piccolo sentiero che conduce alla scalata sulla collina di Bukit Teresek. E’ una scarpinata faticosa tra la folle umidità e la ripida salita (a tratti vi sono addirittura le corde per tenersi, visto il terreno scivoloso). Il percorso per fortuna risulta interamente all’ombra, primo perché il cielo è nuvoloso e secondo perché comunque siamo coperti dalla fitta oscurità della vegetazione. I suoni della jungla intorno sono straordinari e a volte piuttosto lugubri.

Azam spiega nozioni e specie di flora e fauna, avvertendo sul pericolo delle sanguisughe. Dopo la pioggia di ieri notte, usciranno matematicamente allo scoperto. Per il resto non è un gran chiacchierone. Spesso dobbiamo fare noi le domande per primi. Senza dubbio è comunque un vero uomo della jungla. Ha il coraggio di non portarsi neanche un marsupio appresso, né un ombrello, né un goccio di acqua. Noi stiamo grondando e boccheggiando, appesantiti dagli zaini, affaticati, sconvolti, e lui non ha una goccia di sudore negli occhialini… E’ perfettamente "immacolato" come il primo momento in cui l’abbiamo incontrato stamattina!

Neanche nominate le sanguisughe ed ecco la prima giungere all’attacco! E’ completamente diversa da come la immaginavamo. Nei film si vedono sempre grosse e tonde, ma invece sono poco più che vermicelli allungati, molli e saltanti. E’ solo nel momento che si attaccano e succhiano il sangue che si gonfiano spaventosamente. Purtroppo, esattamente come le zanzare, è impossibile accorgersi della loro presenza se non vedendosele addosso. E da questo momento in poi nasce la "fobia sanguisuga”! Ognuno guarda le gambe dell’altro cercando di prevenire spiacevoli sorprese… meno male che siamo almeno attrezzati con scarponi alti, calzettoni e pantaloni lunghi.

Impieghiamo un paio d’ore per giungere in cima alla collina, la quale Azam afferma di essere a 330 metri di altezza. Come? Soltanto 330 metri? Sembrava di aver scalato qualcosa di più consistente qui…. Sediamo a riposare e dissetare l’immensa sete, mentre osserviamo il panorama che da quassù è molto bello e presenta ogni tipo di sfumatura del verde immaginabile.

Scattiamo le foto di rito e riscendiamo, prendendo a metà collina la deviazione per il Canopy Walkway. Si tratta dei rinomati ponti in corda sospesi tra gli alberi, di cui abbiamo molto sentito parlare in televisione e in vari racconti di viaggio. Sono un ‘must’ per chi giunge al Taman Negara! Azam spiega il percorso e ci lascia soli. Poiché gli otto ponti compiono un giro ad anello infatti, lui attenderà direttamente all’uscita il nostro arrivo. Consiglia di stare almeno a cinque metri di distanza l’uno dall’altro, non più di quattro persone alla volta sulla passerella, ed ovviamente evitare il dondolio eccessivo. Iniziamo eccitati e titubanti la prima traversata, che fa una certa impressione… non è facile mettere il piede in avanti sulla passerella guardando sotto il vuoto, nonostante sia in parte limitato dalla vegetazione sottostante!

Arriviamo sul tronco dell’albero nel versante opposto, dove dalla pedana si assiste ad un magnifico panorama sul fiume. Poi attraversiamo con più audacia e divertimento anche i successivi ponti, che diventano sempre più impegnativi, lunghi e alti. Mi ritrovo all’improvviso un bambino malesiano alle spalle che mi segue come un’ombra… come gli spiego adesso di rispettare la distanza dei cinque metri?

Saliamo dei gradini oscillanti e giungiamo sull’ultima passerella, la quale è da vero guinness dei primati raggiungendo l’altezza massima di ben 45 metri dal suolo! Alla fine di questa, riusciamo a farci scattare una foto tutti insieme da un simpatico ragazzo, in ricordo della memorabile impresa.

Rientriamo alle 12.30 al Mutiara e lasciamo Azam, entrando in camera stanchissimi e grondanti. Alle 13.30 portiamo alla laundry service i capi di abbigliamento più sfortunati che hanno subito la devastazione della jungla.

Pranziamo e alle 14.30 siamo pronti, carichi e nuovamente pimpanti per un divertente giro in barca. Neanche pochi minuti di risalita del fiume e torniamo per l’ennesima volta fradici, stavolta per le secchiate d’acqua che arrivano dalle rapide al quale il nostro navigatore non può sottrarsi… la corrente sembra piuttosto agitata e queste wooden boat rimangono strette e piatte a pelo dell’acqua, facilmente ‘allagabili’!

Tra risate generali scendiamo a terra e dopo una mezzora di trekking, seguendo un piccolo sentiero ben marcato nella fitta jungla, raggiungiamo Lata Berkoh. E’ un luogo suggestivo e affascinante, che si apre in un tratto di fiume ricco di piccole cascate e rocce affioranti. Qui in genere si può fare un bagno fresco e una nuotata, ma  purtroppo oggi è impossibile poiché, come in effetti intuito prima, c’è troppa piena e la corrente è molto forte.

Sediamo comunque alcuni minuti, affascinati dal forte scrosciare del fiume, in questo luogo magico nel mezzo della jungla. Azam (che ha avuto il coraggio di venire con i sandali aperti) si trova una sanguisuga nel piede e la stacca, continuando comunque a perdere sangue per parecchi minuti… il vero pericolo di averne molte attaccate, in effetti, è quello di rischiare il dissanguamento perché le ferite impiegano parecchio tempo prima di emarginarsi. Mentre scattiamo le numerose foto di rito, riusciamo a scorgere sorpresi una lontra saltare da una roccia sul versante opposto del fiume.

Arriva un altro gruppo di turisti ed è ora di rientrare. Raggiungiamo la barca, nella quale saliamo sempre in maniera buffa e rocambolesca nel tentativo di non bagnare le scarpe da trekking, e percorriamo lo stesso tratto dell’andata all’inverso. Rientriamo alle 16.00 al Mutiara completamente bagnati, tanto per cambiare… intanto non si è ancora visto il sole e asciugare la roba con questa umidità è pressoché impossibile! Dobbiamo ridurci perciò ad usare pazientemente l’asciugacapelli e rimediare il minimo indispensabile.

Alle 19.00 ceniamo al ristorante a buffet, ed alle 20.30 inizia puntuale come ieri a piovere a dirotto. Manca nuovamente la corrente e di conseguenza, viste le pessime condizioni metereologiche, salta anche il secondo tentativo di trekking notturno nella jungla. Pazienza, non è destino! Stiamo così seduti al ristorante, a godere di questa suggestiva atmosfera a lume di candela nel profondo della jungla più antica del pianeta, intatta nei suoi 130 milioni di anni. Si respira davvero aria di magia tutto intorno, e percepiamo di vivere una grandissima esperienza al Taman Negara!

25/10/2005 – Cave Exploration a Gua Telinga (Ear Cave). Tribù locale Orang Asli. Rapids Shooting a Kuala Terenggan.

Alle 9.00 abbiamo appuntamento con Azam al ricevimento. E’ sempre puntualissimo come un orologio svizzero, con un tocco di grande serietà e professionalità. Attendiamo pochi minuti la wooden boat nella pedana galleggiante, che conduce ad una breve traversata sul fiume di dieci minuti circa. Stavolta la corrente è placida e riusciamo a sbarcare in una piccola pedana di cemento, sulla riva destra del fiume, perfettamente asciutti.

Da qui inizia un’avventura di quarantacinque minuti di trekking nella jungla fangosa. Con il diluvio di ieri notte infatti, il terreno è un acquitrino scivoloso. Camminiamo a rilento cercando di mettere i piedi sulle radici degli alberi, che formano un intricato labirinto e almeno sono solide, al contrario del viscido terreno sommerso da pozze d’acqua. Tra l’altro, abbiamo sempre il tarlo in testa delle sanguisughe, oggi più che mai dal momento che, dietro consiglio di Azam, siamo in pantaloncini corti… e non tarda molto infatti a presentarsene una sulle mia scarpe che salta allegramente di gioia! Un po’ intimorito prendo un fazzoletto e la butto via: per questa volta il pericolo è scampato…

Arriviamo finalmente alla meta: Gua Telinga e la Ear Cave. Azam si addentra un attimo per scrutare in anteprima le condizioni della grotta, ma ne esce perplesso… il livello dell’acqua è alto. Il che si traduce in bagno completo ad altezza della coscia, o forse peggio… Lascia a noi il fardello della decisione: possiamo entrare oppure tornare indietro: per lui è lo stesso, non vuole fare pressione. Gli chiediamo se vi sono pericoli all’interno, ma la sua risposta è negativa. Non è pericoloso: vi sono solo una quantità indefinita di pipistrelli e ragni vari, più alcuni serpenti… fauna di normale amministrazione per la jungla, ma non proprio per noi poveri abitanti di città… Osserviamo l’ingresso della grotta per niente rassicurante e mettiamo ai voti. Io ed Erika siamo titubanti, anche perché inzupparsi le scarpe da trekking è una seccatura tremenda: non si asciugheranno mai più! Stefy invece si improvvisa la Rambo della situazione e sprona tutti: ma come, siamo venuti fin qua e non andiamo avanti? Scherziamo?

In men che non si dica ci ritroviamo perciò in uno stretto corridoio, sporchi di fango e sudati, nell’esplorazione della Ear Cave. Portiamo una piccola pila legata alla mano sinistra, mentre con la destra siamo costretti ad arraffare qualche spuntone per non ruzzolare nelle scivolosissime rocce… due francesi con un’altra guida sono immediatamente dietro e seguono l’impresa. Alcuni tratti sono così stretti che per passare devo togliere lo zaino e farlo strisciare avanti a me. A proposito di zaino, l’ho portato solo io e ho fatto una scelta veramente azzeccata, scegliendo da casa di mettere in valigia questa eccezionale borsa stagna, completamente impermeabile, che si rimpicciolisce a seconda dello spazio occupato ed è perfetta per tenere all’asciutto attrezzatura costosa e capi di ricambio. L’unico neo di queste sacche è che non sono comode da portare a mano, essendo per lo più usate per i kayak, appoggiate allo scafo. Ho superato ingegnosamente il problema attaccando due moschettoni e gli spallacci, per poterla portare quasi esattamente come uno zaino sulle spalle.

Il percorso prosegue lento e con prudenza, a carponi. Gocciola dappertutto e siamo ricoperti di fango, costretti a strisciare tra le pareti a quattro zampe, ma per ora ancora non ci siamo bagnati le scarpe. L’emozione più grande viene raggiunta in una cavità colma di pipistrelli, che volano dappertutto seguendo un percorso circolare e sfiorando le nostre teste. Azam assicura che non si attaccano ai capelli e che quelle sono leggende dei film. Fattostà che, prendendo la piletta e puntando sulla parete a sinistra (che posso tranquillamente toccare con mano tanto è vicina), osservo centinaia di pipistrelli uno attaccato all’altro, nella loro classica posizione verticale di appesa draculesca a testa in giù… e sono impressionanti! Li posso guardare dritto negli occhi, con quei loro inquietanti scatti epilettici! Ma sì… è solo suggestione in fondo, non sono animali pericolosi… vogliamo parlare allora del ragno peloso, simile ad una vedova nera, che Erika sta per schiacciare con la sua mano? Chi garantisce che sono solo stereotipi di paura inculcati a noi civilizzati?! Va tutto bene: basta non farsi prendere dal panico della claustrofobia e l’adrenalina è assicurata!

Siamo agli ultimi metri della grotta ed ecco l’atteso e temuto inghippo: dobbiamo attraversare il fiume sotterraneo e il bagno è obbligatorio. Mandiamo avanti i francesi per verificare il livello dell’acqua ed è meno peggio di quel che sembrava: arriva alle ginocchia! In ogni caso addio scarpe da trekking… infiliamo i piedi nell’acqua fredda a malincuore e percorriamo questi pochi metri con la strana sensazione di non vedere dove si mettano i piedi e cosa vi sia al di sotto delle ginocchia. Adesso sembra realmente di essere Rambo durante il primo episodio, quando cammina nel tunnel con l’acqua alla gola, torcia in mano tra i pipistrelli vampiri. Mancano solo i topi, e questo basta a rallegrarci! Meno male poi che Azam ha consigliato bene nel non portare i pantaloni lunghi, altrimenti sarebbe stato anche peggio per asciugarli…

Un ultimo sforzo per uscire dal fiume in piena e si intravede un bagliore della luce esterna. Scaliamo qualche grosso masso e respiriamo fuori all’aria aperta, in condizioni indescrivibili. Azam afferma che abbiamo percorso appena ottanta metri di grotta… incredibile! Un’esperienza indimenticabile, che purtroppo non sarà documentata con foto o filmati visto che era impensabile aprire la borsa nella grotta (e in ogni caso nessuno avrebbe azzardato un flash rischiando di scatenare l’ira dei pipistrelli!!!). Adesso la parte divertente è tornare indietro, camminando mezzora a strascico con le calze che sciacquano nelle scarpe zuppe… tra l’altro abbiamo scelto di integrare la giornata con la visita ad una tribù locale (unica escursione non prevista nel pacchetto Explorer del Mutiara) che Azam ha inserito prima di fare le rapide… dobbiamo rassegnarci ad una giornata lunga e molto "wet"…

Arriviamo al villaggio degli Orang Asli (tribù originaria del Taman Negara), costituita da poche capanne e qualche famiglia. Sono privi di corrente elettrica e di alcun servizio. Le donne e i bambini sono molto timidi e restano in disparte. Stiamo perciò seduti in compagnia di alcuni uomini che parlano con Azam e danno una dimostrazione dell’accensione del fuoco con la legna, anche se la vicinanza agli alloggi del parco e alla civiltà ha insegnato loro ormai il buon uso dell’accendino (assai più comodo).

Scorgiamo su un albero il singolare animale chiamato Slow Loris, di cui non ho ben chiara la traduzione in italiano. Si muove molto lentamente ed è, a quanto dicono, molto raro trovarlo. Poi siamo invitati nella prova del tiro con la cerbottana. I cacciatori locali riescono, con questo arnese, a colpire una piccola preda fino a quaranta metri di distanza: mica male! Tentiamo un paio di lanci sia io che Erika, mirando ad un cartellone: abbiamo il fiato corto e stanco e i risultati non sono proprio dei migliori…

Torniamo in barca per l’ultima tappa. Sono le 13.00 e rimangono da affrontare le rapide sul fiume. Ne risaliamo un bel tratto, osservando altre persone fare il bagno, probabilmente appartenenti a qualche tribù ancora più "originaria" e selvaggia di quella visitata prima. Nelle rapide le risate e le secchiate non mancano ma non è certo una novità essere bagnati in questo soggiorno nella jungla… Al rientro, durante la navigazione, inizia anche a piovere a dirotto, nel caso qualche centimetro del nostro corpo risultasse per sbaglio sfrontatamente asciutto.

Sbarchiamo al Mutiara completamente fradici giusto per l’ora di pranzo. Salutiamo Azam, che si è dimostrato davvero molto preparato e simpatico: un’ottima guida all’altezza di ogni situazione! Gli concediamo la meritata mancia.

Passiamo tutto il pomeriggio a riposare. Siamo tre giorni nella jungla, ma abbiamo fatto e visto talmente tante cose concentrate, che percepiamo la sensazione di esser qui da un mese! Passeggiamo per il villaggio all’imbrunire osservando incuriositi e meravigliati parecchi macachi liberi in cerca di cibo (bustine di arachidi, patatine e qualsiasi cosa commestibile sia possibile rubare alla razza degli Homo Sapiens). Incutono un pò di timore, poiché in branco sembrano i padroni del luogo (e probabilmente lo sono per davvero, a testimoniare che qui la natura ha ancora il totale predominio sull’uomo).

Raggiungiamo Erika al ristorante, dove ordiniamo un cocktail al bar per festeggiare il mio compleanno: è il minimo che si possa fare. Nonostante sia il quarto consecutivo passato all’estero, questo è senza ombra di dubbio il più avventuroso! Infine ceniamo e compriamo qualche vivere al minimarket per il lungo rientro di domani. Ma abbiamo adesso un bel problemino: in camera c’è da trascorrere un paio d’ore ad asciugare tre paia di scarpe e vari calzettoni, il tutto con un solo asciugacapelli. Impresa quasi impossibile, che obbliga ad inventare complicati sistemi automatici di concentrazione del calore…

26/10/2005 – Trasferimento a Kuala Lumpur. Mandarin Oriental hotel.

Lasciamo lo chalet con profondo rammarico. Il Taman Negara è stata un’esperienza sopra ogni aspettativa: straordinario ed avvincente, molto meno turistico di quel che si pensava. Credevamo di trovare infatti molto più affollamento e al contrario il villaggio è sembrato tutto e solo per noi. Probabilmente anche il periodo fuori stagione è risultato la nostra fortuna. Ma il punto cruciale è che siamo entrati da civilizzati e ne stiamo uscendo da Rambo: è una sensazione indescrivibile…

Dopo il chek-out al ricevimento consumiamo la colazione, seduti per l’ultima volta al ristorante. Alle 9.00 attendiamo la wooden boat per il rientro a Kuala Tembeling, dove giungiamo dopo due lunghe ore di discesa sul fiume. Pranziamo sul posto con pane e una sorta di spuntì comprato nel market di fronte alla strada. Alle 12.30 siamo sul bus per Kuala Lumpur e dopo quasi tre ore scendiamo con i bagagli davanti al Crowne Plaza hotel.

Prendiamo un taxi per raggiungere il Mandarin Oriental, a poca distanza, esattamente fianco le Petronas. Abbiamo prenotato una notte di lusso in questo hotel a cinque stelle sfruttando un’offerta dal sito di Expedia. All’esterno la struttura appare clamorosamente smorta ed insignificante, simile ad un ospedale, ma non appena si varca la soglia d’ingresso l’interno cambia radicalmente! Oltre a essere stupendo e in perfetto stile orientale, si è serviti e riveriti in tutto. Dall’istante in cui viene aperta la porta del taxi si presentano: un portiere che accompagna all’ingresso, la signorina del benvenuto che porta al ricevimento, quella che accompagna all’ascensore e alla camer,a mostrando il funzionamento dell’hotel. E’ piuttosto imbarazzante per chi non è abituato a tanto lusso… e noi, tra l’altro, non siamo in condizioni tanto presentabili visto che veniamo dalla jungla, vestiti oltremodo sportivi e trasandati dopo un giorno di trasferta!

La camera a noi assegnata è la deluxe n° 19 al diciannovesimo piano. In una parola: bellissima! Colpisce in particolare il bagno stratosferico: tutto in marmo con i rubinetti dorati, splendida vasca, telefono, musica, possibilità di ascoltare l’audio della tv e inezie del genere… La stanza è molto spaziosa, fornita di tutto, e l’ampia vetrata luminosa ha una vista mozzafiato di fronte alle Petronas! L’unica pecca è anche qui il terzo letto mobile, che stona col lussuoso arredamento. Inezie.

Non perdiamo un secondo di più e indossato il costume corriamo alle 16.30 a provare un bagno caldo nella Jacuzzi, a lato della terrazza dove la stupefacente piscina esterna sembra finire nel vuoto (e in effetti è davvero così perché l’acqua cade a cascata nel parco sottostante!). Stiamo qui un’oretta in totale e completo relax, senza anima viva nei dintorni, per rigenerare le forze e riconvertire le nostre esigenze a quelle della civiltà moderna…

Alle 18.30 usciamo dal Mandarin e passeggiamo al Suria KLCC(il centro commerciale delle Petronas), collegato direttamente all’hotel con pochi metri di corridoio coperto. Ceniamo in un ristorante vietnamita molto carino. Stiamo morendo di sete ed ordiniamo dell’acqua "no ice", ma viene portata per l’ennesima volta dell’acqua bollente: proprio come era successo al Concorde! L’acqua a temperatura ambiente non esiste da queste parti? Ordiniamo poi un antipasto misto dove è impossibile riconoscere la provenienza di ciò che si sta guardando. Chiediamo al cameriere se c’è pollo da qualche parte e la risposta è: "Su quasi tutto!"… perbacco siamo stati così attenti a non mangiarne in questi giorni… pazienza, al massimo finiremo in quarantena quando torniamo in Italia… Tra varie risate coinvolgiamo persino la cameriera, con la quale scattiamo una simpatica foto ricordo. La serata si conclude infine con una placida passeggiata sul parco all’aperto, respirando una gradevole atmosfera e ascoltando musica dal vivo.

LANGKAWI

27/10/2005 – Volo Kuala Lumpur – Langkawi. Langkawi Village Resort.

La sveglia è di primo mattino. Deva, il tassista che ci accompagnò il primo giorno e che abbiamo richiamato ieri per il trasferimento all’aeroporto, viene alla hall puntuale. E’ ancora buio pesto ma l’alba non tarda ad arrivare mentre lasciamo la capitale alle spalle sonnolenti. Sbrighiamo le operazioni di routine e alle 8.00 siamo sul volo della Malesia Airlines n. 1430 per Langkawi (LGK). Sono 431 chilometri di tragitto, per una traversata della durata di un’ora esatta.

Alle 9.00 l’aereo atterra nell’unica pista esistente sull’isola. Ed è anche l’unico e solo aereomobile presente! Come c’era da immaginarsi, nonostante siano presenti alcuni voli internazionali l’aeroporto è comunque molto piccolo. Sostiamo un’oretta al bar per fare colazione con un thè caldo, per poi prendere un taxi e raggiungere a soli dieci minuti di tragitto il Langkawi Village Resort, hotel a tre stelle nella costa sud-ovest dell’isola. Varie strutture ricettive e ristoranti si susseguono nella strada principale che costeggia l’oceano con le spiagge rivolte ad ovest, fino a raggiungere questo che è uno degli ultimi resort della successione. Poco oltre si trova solo l’Holiday Villa che termina sul promontorio, dopodiché la strada svolta a est e le spiagge si rivolgono verso sud.

Al ricevimento appaiono tutti molto lenti e rilassati, e visto che la camera non sarà pronta prima di un’altra ora, lasciamo le valigie ed andiamo a perlustrare i dintorni. Andando verso la sinistra della strada principale scorgiamo a pochi passi il market "Gecko", sufficientemente grande da fornire ogni bene di prima necessità, compresa una sala di artigianato e souvenir vari. Più avanti segue una lunga sequenza di ristoranti e negozi sparpagliati. In dieci-venti minuti di camminata si ha pressoché tutto a portata di mano.

Tornati al ricevimento ci viene finalmente assegnata la camera standard n° 127, con vista giardino. Si trova all’estremo opposto del villaggio, il che richiede cinque minuti buoni di camminata per raggiungerla! La struttura del resort è tutto sommato molto semplice: la reception, il ristorante e la piscina sono ad un lato del villaggio, e seguono da qui tre file di bungalow parallele separate da un bel giardino a prato (quelle più vicine al mare sono le camere superior e costano un’inezia in più, ma purtroppo non erano disponibili al momento della prenotazione…). La fila più interna e lontana dal mare offre bungalow su due piani e segna anche il confine del villaggio, con un panorama che spazia verso il laghetto retrostante nel quale scorrazzano liberamente i varani. La camera è spaziosa, pulita, con tavolo, televisore, frigobar, armadio, un bel balcone panoramico e un discreto bagno. Siamo lontani dal lusso del Madarin Oriental ma il tutto è comunque carino e perfettamente funzionale.

Proviamo a prendere un’ora di sole nei lettini in spiaggia. Il litorale è bello e suggestivo. Il prato verde termina con le alte palme sulla spiaggia dorata, larga e spaziosa. Sulla sinistra il villaggio finisce in un promontorio, che nasconde la spiaggia dell’Holiday Villa, facilmente raggiungibile superando qualche roccia. Sulla destra invece la costa si allunga e sullo sfondo si scorge tutto il golfo ad ovest dell’isola. Data la particolare posizione dell’aeroporto, salta all’occhio ogni tanto l’atterraggio di qualche aereo che sembra finire in mare! Di fronte alla spiaggia, un isolotto verde, deserto, con una bella sabbia bianca dove si intravedono dei kayak, sembra proprio invitare alla visita. Pranziamo al chiosco/bar sulla spiaggia al bordo della piscina e usufruiamo delle due bellissime vasche jacuzzi di acqua calda con idromassaggio. Questo sarà il nostro centro relax nei prossimi giorni, è poco ma sicuro!

Chiediamo al ricevimento per informazioni su vari depliant di escursioni appesi nella parete, ma i ragazzi non riescono ad essere molto esaustivi e si dimostrano piuttosto impreparati e maldestri: molto gentili peraltro, ma davvero lenti. Qui la vita si svolge a ritmi diversi, bisognerà farsene una ragione!

Passa velocemente la serata e all’ora di cena usciamo sulla strada principale in cerca di un ristorante. Se ne susseguono vari, tra cui molti cinesi, e quasi tutti sulla spiaggia. Noi siamo attratti da un certo "T-Jay’s", ristorante anglo-italiano sulla destra, di fronte all’acquario chiamato Underwaterworld. La proprietaria è una simpatica signora dal comportamento tipicamente inglese e gentilissima, con la quale intratteniamo un cordiale dialogo. Vi sono pochi tavoli all’aperto ed è quasi vuoto. Pensiamo che il motivo sia per il fatto che questo ristorante non è sulla spiaggia, ma in realtà la proprietaria sostiene che tutto il litorale è semi-deserto: siamo ancora in bassa stagione e di turisti in giro non se ne vedono molti. Per noi è meglio così, siamo per i luoghi incontaminati! Ordiniamo pasta al salmone e lasagne: tutto a dir poco divino! Il conto è di MYR 120, l’equivalente di nostri 27 euro: non male, per aver mangiato benissimo in tre!

28/10/2005 – Seven Wells. Oriental Village. Cable Car.

La colazione a buffet si svolge all’aperto, nei tavoli in legno di fronte alla spiaggia (ma ce ne sono anche al chiuso all’interno del ristorante in caso di pioggia). Si respira qui quella piacevole brezza marina che smorza il caldo tropicale. Intorno sembra davvero un piccolo paradiso terrestre.

Trascorriamo poi una quantità di tempo interminabile al ricevimento cercando di prenotare il canopy tour e il mangrovie kayak: sembra una barzelletta ma non si riesce proprio! La ragazza si divide tra ricevimento e tour desk e si sposta in continuazione. Poi arriva un altro ragazzo e dobbiamo ricominciare tutto daccapo. Alla fine siamo tentati di prendere un taxi per farci condurre direttamente alla sede del tour-operator, ma desistiamo all’ultimo momento: sembra che almeno la prenotazione del canopy sia andata in porto per domani…

Si fanno le 11.30 e prendiamo un taxi per raggiungere le Seven Wells, che si trovano nella zona nord-ovest di Langkawi. La corsa viene MYR 22 ed è a tariffa fissa. Questa parte dell’isola è montuosa e boscosa, più selvaggia di quella a sud pianeggiante e coltivata. Siamo vicinissimi al Mutiara Bay, che era il secondo resort in lista dopo il Langkawi Village nel caso qui non avessimo trovato posto. Il tassista ci lascia di fronte a qualche negozietto di souvenir, in un piazzale dove parte un sentiero a piedi che in quindici minuti di salita ripidissima porta a delle stupende cascate. Siamo nel bel mezzo di un bosco rigoglioso e verdissimo. Il panorama è splendido e lo scrosciare dell’acqua fortissimo! Passeggiamo per tutto il luogo, seguendo un pezzo del torrente e giocando su delle rocce scivolose.

Dopo numerosissime foto, torniamo sul sentiero e proseguiamo per altri venti minuti tra un’infinità di faticosi gradini che portano più in alto fino a dei fiabeschi laghetti smeraldini. Hanno costruito qui una torre panoramica, qualche struttura per cambiarsi e fare il bagno, e creato dei sentieri escursionistici per naturalisti che permettono di inoltrarsi all’interno della jungla osservando fauna e flora della jungla. Mi colpisce in particolare uno consigliato per la vista delle farfalle. Purtroppo non abbiamo il tempo di percorrerlo perché sullo sfondo, in lontananza, si intravede una spettacolare funivia che sale vertiginosamente tra i monti: è là che dobbiamo assolutamente andare!

 Scattiamo qualche foto sul parapetto, dove l’acqua cade in picchiata e si ricongiunge alle cascate viste prima, e scendiamo nuovamente verso la base, seguendo la scalinata nella quale un cartello indica un totale di ben 638 gradini complessivi: ecco perché sono così faticosi! Torniamo al punto di partenza e compriamo qualche souvenir, poi riposiamo in un tavolino all’aperto bevendo un dissetante verde cocco fresco, che viene tagliato sul momento. Ha un sapore amarognolo, proprio come quello che ricordavo dalla Tailandia. Sentendo l’italiano si avvicina un signore che si presenta col nome di Mie, simpatico e spigliato, che parla approssimativamente la nostra lingua. Propone delle gite al parco marino di Pulau Payar, comprese di pranzo e snorkelling, ad un prezzo molto più basso dei depliant trovati in hotel: ci penseremo e gli faremo sapere.

Alle 14.30 percorriamo a piedi un tratto della strada principale che conduce in pochi minuti all’Oriental Village. Vi sono dei macachi coricati beatamente sull’asfalto, come se niente fosse. In effetti non si vede l’ombra di un’auto: la strada è desolata. E’ buffo perché si coccolano, si spulciano, e qualcuno sembra fingere di essere morto al centro della carreggiata. Mentre passiamo si avvicinano in branco e incutono un certo timore, più che altro perché abbiamo delle buste di regali appena comprati che li incuriosiscono. Per fortuna sventiamo gli ‘scippi’ senza riscontrare aggressioni…

Arriviamo all’Oriental Village, un piccolo e caratteristico villaggio creato apposta per i turisti, seguendo il pittoresco architettonico stile orientale, con vari negozi, ristoranti ed un bellissimo laghetto con fontana attraversato da ponti in legno. Il tutto presentato con colori vivaci e allegri in una gradevole atmosfera. Da qui "decolla" (è proprio il caso di dirlo!) la Cable Car, che a detta del depliant presenta l’arcata singola più lunga del mondo. Il ticket è di MYR 15 a persona. Ci viene preannunciato che il tempo lassù è molto nuvoloso e dalla cima si potrebbe non vedere un granché come panorama. Correremo il rischio. Saliamo sulla cabina con Erika piuttosto impaurita da questa esperienza, dal momento che confessa soffrire di vertigini… Anche per me e Stefania comunque è la prima volta su una funivia così lunga.

Lo stacco dal suolo regala la prima dose di adrenalina, che sale esponenzialmente dopo i primi metri di percorso. La prima parte del tragitto infatti è entusiasmante, con la vista dell’Oriental Village dall’alto che si allontana sempre più piccolo, le cascate in mezzo alla jungla, l’oceano che rivela man mano decine di stupefacenti isolotti. Un’improvvisa inerpicata verticale, ripidissima, porta dopo qualche minuto ad una sosta a 650 metri dal livello del mare, con un bellissimo panorama del mare rivolto a sud dell’arcipelago (si vede anche la spiaggia del nostro resort!). Da qui si ha anche una vista fantascientifica della vetta alle spalle, nella quale è stata costruita una piattaforma dalla forma di base spaziale che oggi, semi-coperta dalle nuvole, crea magnifici giochi di luce. Sostiamo dieci minuti qui a scattare un numero esagerato di foto, riprendendo il paesaggio in tutte le salse.

La seconda parte del percorso è altrettanto spettacolare ed arriva ad oltre 700 metri, alla base del citato ‘disco volante’. Qui delle scalette portano in cima dove pranziamo in un tavolino con gli unici tre hot dog rimasti nel piccolo punto di ristoro: siamo anche fortunati ad averli trovati! Nel frattempo godiamo il panorama che è mozzafiato: si vede quasi tutta l’isola da parte a parte e la Tailandia a nord. Krabi, il paradiso visitato nel 2002 che ha lasciato un ricordo indelebile su me e Stefania, è vicinissima pochi chilometri più a nord, e si riconosce infatti la stessa caratteristica morfologia dei monti, con le cime calcaree arrotondate ricoperte di fitta vegetazione.

Le emozioni non sono comunque ancora finite. Alla base dell’UFO si può attraversare a piedi un’altra – è il caso di dirlo – meraviglia dell’ingegneria: un ponte sospeso nel nulla e retto solamente da dei cavi, il cui baratro sottostante è pressoché infinito e vertiginoso! Passeggiamo sopra questa opera tecnologica, osservando meravigliati il vuoto che si scorge sotto i nostri passi dal reticolato bucherellato. Affacciarsi sul parapetto poi è ancora più spaventoso! Compiamo con successo anche questa avventura e scendiamo con la cable car fino a tornare all’Oriental Village. Giriamo per acquistare qualche souvenir meritevole tra i vari negozietti, e alle 17.00 saliamo su un taxi per rientrare al Langkawi Village.

Una pausa alla jacuzzi è d’obbligo per rilassarsi ed assistere ad un tramonto tropicale spettacolare sull’oceano, il più bello visto in Malesia di sicuro. Per cena siamo ispirati dall’Oasis, un ristorante indiano-australiano carino e suggestivo con i tavoli sulla sabbia illuminati a lume di candela ed una buona musica in sottofondo. Le onde del mare completano l’atmosfera magica. Ottime le bistecche (steak ribeye), il salmone (salmon filled) e i cocktails per un conto totale di MYR 112.

29/10/2005 – Canopy Air Trekking Tour.

Alle 8.20 il pickup si presenta al ricevimento dell’hotel puntuale. E’ la nostra prima escursione guidata qui a Langkawi: il Canopy Air Trekking. Tra l’altro una delle più costose: 180 MYR a persona. Il depliant è piuttosto impressionante, mostrando alcuni turisti in arrampicata appesi ad una corda mentre si lanciano tra gli alberi. Forti dell’esperienza nella jungla del Taman Negara e del fatto che tra i requisiti si parli di un tour adatto anche ad inesperti e a bambini sopra i dodici anni, diamo per scontato che questa sarà comunque un’escursione non troppo impegnativa e turistica. Illusione durata solo la prima mezzora del tragitto per raggiungere il centro dell’isola, dove il "capo" Juergen Zimmerer si sbizzarrisce ad oltrepassare i limiti dell’avventura, conservando lo spirito dello sport estremo dell’innata tradizione tedesca. Lui e quello che crediamo sia il figlio, ci condurranno in questa follia. Il suo tono è subito scherzoso ma allo stesso tempo molto autoritario. Scesi dal van mostra l’attrezzatura ed iniziamo le operazioni di imbragatura. Le povere vittime siamo noi tre italiani ed una coppia di turisti tedeschi, i quali hanno già qualche esperienza di base. Per quel che riguarda noi in prima persona, confessiamo di non avere mai provato cosa significhi il climbing e l’arrampicata. Viene da sorridere a vederci con tutte queste cose addosso, l’elmetto ed i guanti umidi e bucati.

Pronti ed eccitati per l’avventura entriamo in un bellissimo parco montano e deviamo in un sentiero con una scalinata ripidissima… anche oggi! Questo è il viaggio dei gradini interminabili…. ne contiamo circa 700, finchè una deviazione sulla destra porta ad uno stretto sentiero di terra, dove proseguiamo con un trekking di venti minuti in mezzo alla jungla ad un ritmo incessante. Juergen non si ferma un solo secondo: qui scoppia il cuore e siamo grondanti di sudore!! Giungiamo al punto di partenza già disperatamente affaticati e sfiancati. Ascoltiamo l’epico briefing della situazione, dove Juergen sfodera le sue qualità di ‘generale’. Lui può decidere e ritenere se siamo in grado o meno di affrontare "la prova finale", e in qualsiasi momento può sospendere l’escursione se il tempo si compromette. Il suo fatidico inconfondibile gesto militare e la frase: "The tour is over" rimarrà alla storia in questo viaggio. Non c’è che dire, è un personaggio alquanto singolare. Facciamo delle prove di climbing in un grosso masso e il "capo" spiega sommariamente come comportarsi, come far scivolare la corda per scendere, quale postura del corpo tenere, etc. La cosa più importante di tutte, da tenere bene a mente, è avere sempre uno dei due moschettoni attaccato da qualche parte. Per andare avanti lo si libera solo dopo aver agganciato l’altro, in una successione a catena, perché quando fra poco saremo su una pedana sospesa nel nulla, senza nessuna recinzione di sicurezza, non vogliamo rischiare di cadere vero? Sarà per questo che abbiamo firmato il modulo di nostra assoluta personale responsabilità e hanno insistito tanto per avere il numero di passaporto?!? Veniamo a scoprire, inoltre, che il canopy così costruito esiste solo in due luoghi nel pianeta: Costa Rica e, per l’appunto, Langkawi…altro che esperienza banale e comune, qui ci stiamo imbattendo in qualcosa di unico che ben poche persone al mondo possono dire di aver superato!

Il primo impatto è in una parola sola terrificante. Saliamo su un’imponente roccia, dalla quale parte una scaletta che porta ad una pedana in legno costruita in cima all’albero. Da qui una lunga corda collega all’altra pedana sull’albero di fronte a qualche decina di metri di distanza. Il figlio di Juergen va avanti per primo perché sarà lui ad aspettarci laggiù, mostrando nel frattempo quello che attende a noi cinque poveri malcapitati. Si siede sulla pedana e si lancia a velocità folle attaccato alla fune… dobbiamo farlo davvero?!? E’ uno scherzo? Segue il turista tedesco e poi è il mio turno. Adesso sono in due ad aspettarmi dall’altra parte, ma è una magra consolazione… Juergen aggancia il moschettone e spiega passo per passo il procedimento. Il nocciolo principale su cui verte il tutto è non mollare mai la fune che si tiene con la mano destra, perché quella rappresenta la "salvezza" personale. Quando sarò in procinto di approdare là, dovrò tirare forte per frenare altrimenti arriverò troppo veloce.

Mi ritrovo dunque seduto su questa trave di legno con i piedi a zonzo nel vuoto, a pochi istanti dal prendere una delle decisioni più coraggiose o insensate della mia vita e a chiedermi che diamine sto facendo qui sopra! Ricevo cenno di andare, ma passano interminabili secondi prima che scelga veramente di lanciarmi di mia spontanea volontà nel nulla come un paracadutista si lancia da un aereo. L’adrenalina è a mille e, come disse Scean Connery in un film, prendo atto del motto: "se non ti senti vivo adesso, non lo sarai mai più!". Non sono in grado di godermi realmente la traversata, stando concentrato a guardare l’albero di fronte nel quale sembra stia andando a schiantarmi… Tiro la corda troppo presto per frenare e ruoto in posizione trasversale, ma alla fine i tedeschi mi recuperano al "volo" (nel senso letterale della frase). Quanto sono sconvolto? E il tutto è durato solo pochi secondi! Sgancio e riattacco i moschettoni ed eccomi sulla pedana ad aspettare Ste, che si lancia con molta meno titubanza di me! Tocca poi ad Erika che  invece desiste: soffrendo di vertigini, quando mai si può chiederle di fare una cosa simile? E’ già molto che abbia affrontato la Cable Car ieri! La ritroveremo più avanti con Juergen, che la accompagnerà in un percorso alternativo a piedi. Arriva l’altra tedesca e siamo al completo, pronti ad effettuare un altro lancio sul secondo canopy. Questo è più corto e il volo si interrompe per attrito a metà corsa, dove siamo prelevati a dondolo nel vuoto.

Raggiunti da Erika e Juergen, proseguiamo avanti nell’attraversamento di una voragine, passando con i piedi su una sola corda tesa, come fanno gli equilibristi al circo (dall’alto ovviamente siamo sempre agganciati alla corda di sicurezza). Questo fa quasi più impressione di volare, perché si è costretti a guardare in basso nel poggiare bene i propri passi ed inevitabilmente lo sguardo si perde anche nel vuoto sottostante. Tutte le operazioni vengono effettuate con la dovuta calma e sicurezza, ma la tensione fisica e psicologica è alle stelle!

Subito dopo operiamo una breve discesa in corda, appoggiati ad una roccia verticale. Juergen avverte di stare sulla destra, poiché la parete tende a spostare la corda dalla parte opposta, finendo come conseguenza sul vuoto dove non si possono appoggiare i piedi. Detto fatto, caschiamo tutti nel fastidioso tranello e la tedesca entra seriamente in difficoltà… la vediamo arrancare piuttosto impanicata mentre il figlio di Yurgen le urla istruzioni per continuare la discesa.

Segue un’altra calata in corda, più lunga ma meno complicata, dove uno per uno, in fila indiana, scendiamo lentamente per giungere al punto di partenza del canopy finale. E qui la cosa si fa davvero seria! Juergen fa un bel discorsetto preciso ed incisivo: se uno non si sente sicuro è meglio non provare neanche perché il salto è lungo ben 140 metri, si vola ad un’altezza di quaranta dal suolo e se ci si ferma a metà è un bel casino essere recuperati… non solo: il problema maggiore sta nel fatto che non c’è nessuna via di fuga alternativa oltre quella di scendere dall’albero che raggiungeremo, che comporta una discesa verticale la quale, per chi è alle prime armi, può essere assai difficoltosa ed impegnativa. In realtà, parliamoci chiaro, non c’è nessun pericolo di cadere veramente: quello che Juergen vuole giustamente mettere in chiaro è che, se a qualcuno viene un attacco di panico lassù, sono guai e ci si può fare male… molto male!

Erika è esclusa per prima, non avendo fatto neanche gli altri canopy, e persino Ste desiste sotto suggerimento del capo che non è convinto riesca veramente a "divertirsi". In effetti, abbiamo pagato il tour anche per questo no? Rimango solo io, che accetto dopo mille ripensamenti, e i due tedeschi. Loro vanno per primi. Li osservo fluttuare in quel lunghissimo volo che si perde nel verde della jungla insieme alle loro grida di sfogo. Juergen comunica col figlio dalla parte opposta tramite walkie talkie, e ha sempre il coraggio di scherzare per sdrammatizzare. Conosce anche molte parole in italiano e ci chiama ormai per soprannomi. "Pippo’s coming!" urla dopo avermi ripetuto a voce autoritaria tutto quello che devo e non devo fare. Già! Pippo sono io ed è il mio turno! Erika intanto è pronta da sotto a riprendermi con la videocamera: almeno avrò qualche ricordo di questa follia!!

Mi lancio nel vuoto e dopo una decina di secondi di urla in onore al grande Tarzan, giungo al fatidico albero. Essendo arrivato per ultimo però, adesso sono il primo che deve scendere. Siamo infatti sospesi in fila indiana a quaranta metri di altezza con i piedi incastrati tra i rami visto che non c’è abbastanza spazio per muoversi. Juergen sopraggiunge a piedi con Ste ed Erika: li vedo sotto comparire come dei puntini minuscoli! Tento di ascoltare con attenzione le spiegazioni, anche se il cervello è in ‘overflow’ e non connette più molto bene… i primi tre metri di discesa sono i peggiori, perché il tronco dell’albero tende ad allontanarsi dai piedi mentre si cerca affannosamente di tenerli appoggiati per avere il contatto, fino al punto in cui si è costretti ad abbandonarli nel vuoto: questo è il momento più difficile dal punto di vista psicologico! Poi, una volta che si apprende sulla propria pelle che non c’è comunque possibilità di cadere, si lascia andare gradualmente la corda (senza avvicinarla alla faccia per non avere una bella bruciatura, visto il pesante attrito che sferra sul moschettone) e gli ultimi metri diventano finalmente una trionfale discesa, come quella che si vede sempre nei film dei marines che si lanciano dall’elicottero. Che dire: MITICO! Un’esperienza clamorosa! Se nella jungla del Taman Negara potevo sentirmi Rambo, qua sono diventato lo Schwarzenegger di Predator!

Percorriamo all’indietro il trekking nella jungla, devastati più che mai da questa avventura estrema, fino a tornare al pulmino. Scopriamo con sorpresa che Juergen organizza anche i tour con i quad, i trekking notturni e, soprattutto, il kayak sulle mangrovie, che è un’escursione prioritaria nella lista delle cose da fare a Langkawi. Certo sceglierla con lui sarà un mazzo sostenuto, se tiene questi ritmi! Ma di sicuro è una persona seria, competente, autoritaria, brillante e simpatica che sa fare il suo lavoro. Lascia un’ottima impressione.

Rientrando, sostiamo di passaggio in una farm dove Yurgen offre della frutta fresca. Qui vediamo anche sua figlia, una bella ragazzina di appena tredici anni dai tratti misti, che cerca di sistemare i quad del padre. E’ stata l’unica in effetti, confessa Juergen, a fare il canopy a dodici anni e, ovviamente non ha fatto l’ultimo salto. Ahhhhh furbone adesso si spiegano un sacco di cose!! Nel depliant però hai scritto che è una cosa tranquilla, che si può fare persino a dodici anni! Ma quando mai?? Dice anche che sta allenando la figlia per il futuro quando lo sostituirà nelle sue follie… pardon, avventure. La vorrei vedere fra qualche anno: diventerà la personificazione di Lara Croft!

Giungiamo sfiniti in hotel per l’ora di pranzo. Rigeneriamo la muscolatura nella jacuzzi, finché nel pomeriggio arriva la pioggia. Non potendo stare in spiaggia, proviamo ad andare all’Underwater world che purtroppo chiude alle 17.30. Non avremmo il tempo di vedere nulla e non vale la pena entrare. Passeggiamo allora un pò per i negozietti, e osserviamo a fianco alla spiaggia del Langkawi Village il Lightouse Restaurant. Davvero carino e originale come posto: torneremo a provarlo a cena!

Prima però Erika e Ste devono godersi un bel massaggio alla schiena prenotato ieri. Le due massaggiatrici sono tanto simpatiche quanto maldestre… sembra una caratteristica comune qui a Langkawi, in buona fede. Escluso Juergen ovviamente: lui è il "capo" e conserva uno spirito integralmente tedesco! Per cena andiamo come già deciso al ristorante appena citato: gustiamo qui un’ottima cucina a base di pesce per MYR 125. E per fortuna abbiamo scelto i tavoli al coperto, perché inizia a diluviare intensamente! Il rientro in hotel si tramuta in una divertente corsa sulla spiaggia (che risulta assai più breve del tratto sulla strada asfaltata), dove rischiamo di mettere i piedi nudi su una miriade di piccoli granchietti che corrono impazziti sulla sabbia!

30/10/2005 – Pulau Payar Marine Park Tour.

Il pulmino arriva in hotel alle 8.10 per prelevare i turisti prenotati al Parco Marino di Pulau Payar. Le escursioni sul mare si trovano dappertutto su quest’isola. Sono presenti dei ragazzi anche sulla spiaggia del Langkawi Village Resort che le organizzano tutti i giorni. Noi abbiamo scelto quella proposta da Mr. Mie conosciuto alle Seven Wells, che offre la stessa gita di altri depliant con battello e pranzo in ristorante ad un prezzo nettamente inferiore: MYR 130 a persona al posto di 180 e, in alcuni casi visti, anche di 220.

Dopo appena un minuto siamo sul piazzale dell’Aseania, un hotel vicinissimo al nostro ma all’interno, senza spiaggia. Qui dobbiamo prendere il bus più grande per raggiungere Kuah, la capitale di Langkawi, dove partono i traghetti. Insieme a noi sale un gruppo numerosissimo di cinesi. Mr. Mie si fa vedere per un attimo, prende i soldi del tour e anche un anticipo per l’Island Hopping che prenotiamo per domani. Dopo mezzora di tragitto arriviamo al porto. Diventa improvvisamente tutto confusionario: la discesa dal pulmann, la fila per i biglietti, l’attesa. C’è una folla impressionante e non abbiamo una guida, perciò per non perdere il traghetto cerchiamo di seguire la fiumana di cinesi del gruppo contrassegnati col nostro stesso bollino. L’imbarco è altrettanto critico tra spinte, spazi strettissimi, caldo afoso. Come di consueto, una volta varcato il portone d’ingresso la temperatura sbalza giù di 10 gradi, causa l’aria condizionata accesa a tutto spiano. Qui serve anche la sciarpa! Proviamo a uscire sul ponte all’aperto ma è del tutto vano: è invaso dai cinesi!

Lasciamo il porto alle spalle costeggiando varie isole dell’arcipelago di Langkawi e dopo un’ora arriviamo a Pulau Payar Marine Park. Lo sbarco si tramuta in incubo, con l’orda di cinesi che corrono impazziti sul pontile mentre un signore del posto, guardando le nostre facce rilassate da tipici europei in vacanza, intuisce bene che non abbiamo afferrato lo spirito frenetico di questo tour. Incita, quasi sgridandoci, di smettere di osservare il bel panorama e muovere le gambe per andare a prendere maschere e pinne che non bastano per tutti. Sta dicendo sul serio? Abbiamo pagato! Come sarebbe che non c’è l’attrezzatura per tutti? Provo ad aprire un varco tra i cinesi accalcati su due scatole (una per le maschere e una per le pinne), cercando nella confusione i numeri giusti delle pinne e qualche maschera decente. E’ un’impresa impossibile perché molte cose sono rotte, mancano boccaio, vi sono pinne piegate, c’è sporcizia e persino qualche insetto dentro! Rimaniamo esterrefatti e allibiti mentre nel giro di pochi minuti i cinesi hanno ormai lasciato solo gli scarti. Sul pontile non c’è più anima viva tranne i sottoscritti: sono già tutti a fare il bagno in massa, come dei robot. Due ragazzi malesi che lavorano sul posto si avvicinano notando la nostra totale perplessità. Erika entra su tutte le furie e sbotta ma loro, ovviamente, non possono fare un granché e dicono di prendersela con l’organizzatore. Ahi Ahi Mr Mie, l’hai proprio combinata grossa! I ragazzi si mostrano per giunta molto gentili, e si dicono disposti a prestare le loro maschere personali, le quali sono almeno nuove, pulite e ben tenute. Inizialmente tentenniamo ma per non rovinare del tutto la giornata alla fine accettiamo. Il posto del resto è davvero bellissimo: acqua limpidissima e calma, sole splendente e caldo, fitta vegetazione, un paradiso da cartolina.

Entriamo a temperatura quasi ambiente che sono le 11.15 e subito nei pressi del pontile uno dei ragazzi malesi con maschera e pinne richiama la nostra attenzione. Fa cenno di seguirlo. Così adesso abbiamo anche la guida personale! Lasciamo alle spalle la nuvola umana di cinesi che rimangono tutti nello stesso punto in cerchio e nuotiamo un’ora facendo uno spettacolare snorkelling. Vediamo tantissimi squaletti, pesci farfalla, bannerfish, pappagallo, trombetta, pietra, mentre l’acquisita guida scorge un barracuda enorme e un pesce palla più grande di un pallone da calcio. Notiamo poco più avanti la piattaforma galleggiante pubblicizzata nei molti depliant di Pulau Payar. Ma tutto sommato non è molto diversa dal pontile. Avremmo pagato di più e alla fine il discorso non sarebbe cambiato: la folla è identica! Uscendo dallo snorkelling il malese fa una gran tenerezza, affermando con un inglese elementare che il loro scopo è soltanto volere il meglio per noi e che i turisti si divertano.

E’ mezzogiorno in punto. Appena messo piede sulla sabbia notiamo che gli altri sono già tutti seduti a tavola a mangiare. Ma il pranzo doveva essere alle 12.30! E quello sarebbe il famoso ristorante? Delle panche in legno sul pontile con una piccola vaschetta di plastica sul tavolo contenente una manciata di riso, una coscetta minuscola di pollo e un uovo sodo. Grande! Io e Ste mangiamo a mala pena il riso mentre Erika sgrana gli occhi aprendo il coperchio, osservando un grosso capello nel cucchiaio. Incidenti di percorso… Lei mangerà al rientro: il pranzo oggi è meglio saltarlo…

Mentre consumiamo il lauto pasto, i ragazzi malesi iniziano a dare cibo agli squali e ai barracuda tra la folla di cinesi in delirio. E fin qui ci può stare. E’ uno spettacolo, ne arrivano centinaia: una cosa mai vista! Il fatto è che molti finiscono poi per riversarsi in acqua urlando eccitati nel frattempo che un signore dà cibo agli squali in mezzo alle loro gambe. Da non credere, anche vedendolo con i proprio occhi! Per quanto innocua possa essere questa specie, sono sempre squali. Se anche per errore qualcuno si dovesse irritare (cosa che non sembra così improbabile viste le urla ed il comportamento arrogante umano), un morso di uno squalo anche cucciolo fa piuttosto malaccio credo…o no? Sono rimasto zoppo una settimana per un banale taglio di qualche centimetro di un pesce chirurgo ad un piede, figuriamoci avere un dente di questo predatore nel polpaccio che gioia…

Abbiamo ancora un paio d’ore prima del rientro, così passiamo il tempo in una passeggiata sulle passerelle in legno che costeggiano parte dell’isola. Il paesaggio è stupendo, e sembra incredibile che non vi sia nessuno. I cinesi sono tutti ammassati ancora là e nessuno prende l’iniziativa individuale per esplorare da solo qualcosa in più di questo posto. Questo pensiero insieme all’esperienza di oggi fanno riflettere molto sull’enorme divario tra le nostre culture. E non è una critica, anzi, è affascinante. E’ solo un modo di ragionare e concepire completamente diverso. Loro hanno un concetto di collettività e unione radicato che noi non riusciamo a comprendere nella nostra individualità occidentale, forse più libera ma anche più egoista. Noi pensiamo ‘per noi stessi’ e loro pensano ‘per tutto il gruppo’. Sono comunque delle considerazioni personali ovviamente…

Alle 14.45 saliamo sul battello e con lo stesso tram-tram dell’andata ci ritroviamo alle 17.00 nella jacuzzi del Langkawi Village stanchi e, nonostante le incomprensioni di questa escursione, assolutamente soddisfatti. Anzi, alla fine le piccole sfortune fanno ridere e vengono rievocate quasi come barzellette.

Alle 19.00 Erika e Ste provano il massaggio ai piedi, nello stesso centro di ieri, e alle 20.00 vado a prenderle per andare a cena in un pub/ristorante sulla spiaggia di nome Red Tomato. E’ molto carino, ed anche questo come gli altri ha i tavolini all’aperto sulla spiaggia ed intorno una magica atmosfera. Ordiniamo pasta al tonno più due pizze al salmone.

31/10/2005 – Underwater world.

Il buon giorno si vede dal mattino: piove a dirotto ed il mare è mosso! Il sole non è stato molto clemente finora nel soggiorno in quest’isola… sarà per questo che la chiamano ‘bassa stagione’? Diamo per scontato che il tour per l’Island Hopping prenotato ieri con Mr. Mie salti al pomeriggio. Così hanno detto i ragazzi che prenotano la stessa escursione nell’ombrellone in spiaggia, assicurando che se la mattina piove il tour viene rimandato nel pomeriggio. Alle 9.20 però veniamo chiamati dal ricevimento in camera con l’avviso che il pulmino ci sta aspettando… ma dai! Veramente dobbiamo fare il giro in barca tra le isole con il diluvio? Raggiungiamo l’ingresso del resort per avere spiegazioni, ma l’autista del pickup non parla bene l’inglese. All’improvviso prende i piedi e se ne va senza dire una parola lasciandoci di stucco! Erika parte di nuovo in quinta a telefonare a Mr. Mie fumante di rabbia mentre i ragazzi del ricevimento, sempre gentili, chiedono se ci siano problemi. Hanno la coda fra le gambe per varie loro mancanze durante il nostro soggiorno. Per esempio dimenticare di mettere gli asciugamani in stanza, non consegnare i messaggi di conferma dei tour, e via di seguito una lunga lista… ormai prendiamo tutto come una barzelletta perché altro non si può fare! Anche perché sono così gentili e umili che fanno tenerezza ed è inutile cercare zizzanie.

Erika chiude il telefono con l’ordine tassativo a Mr. Mie di venire subito a dare una spiegazione. In un paio di minuti arriva al ricevimento tutto assonnato. Prima ancora di iniziare a parlare, due ragazzi gli si avvicinano con la ricevuta di un tour prenotato da lui dicendo che stanno aspettando il pickup da mezzora e nessuno ancora si è visto. Mr. Mie rimane ad osservare il foglietto sfarfugliando qualcosa di incomprensibile, rispondendo ai ragazzi che si informerà… che dire… ne ha combinata un’altra delle sue!! Io ed Erika rimaniamo allibiti: questo qui è proprio un agente coi fiocchi! Apre lo sportello dell’auto e mostra la ruota bucata, scusandosi per non essere venuto lui a prenderci. Chissà quante volte ha tirato fuori questa scusa e da quanto tempo quella ruota è lì dentro! Intraprendiamo una pacata discussione nella quale Erika, dopo aver fatto qualche rimostranza per l’escursione di ieri, cerca di spiegare a Mr. Mie che noi turisti siamo qui per divertirci e non può spedirci all’island hopping con il diluvio universale. Lui rimane a testa bassa e sembra talvolta persino assente. Chissà… forse sta ancora pensando che fine ha fatto il pickup di quei ragazzi… Alla fine restituisce il deposito di ieri senza batter ciglio e se ne va dopo aver subito probabilmente uno dei tanti rimproveri di cui ormai credo sia abituato.

Per non rimanere senza far niente tutta la mattina andiamo a visitare alle 11.00 l’Underwater World: almeno è al coperto! L’ingresso costa MYR 38 a persona. L’acquario è diviso in zone ma, nonostante sia considerato tra i più importanti a livello asiatico, è piuttosto piccolo. Il primo settore è chiamato Rainforest e presenta varie specie animali tipiche della fascia tropicale (non solo pesci, ma anche fenicotteri, pappagalli, anaconde ed il capibara – il roditore più grande esistente sulla terra). Poi si passa all’Artico, con l’interessante padiglione dei pinguini e dei leoni marini. Segue una lunga coda per entrare al Theatre 3d, che in realtà (forse causa gli occhialini) non sa granché di tridimensionale… Infine attraversiamo la sala finale con un’infinità di pesci e, all’uscita, il rituale negozio di shopping.

Spendiamo però i soldi più in là nei pressi del market Gecko, nel settore dell’artigianato comprando alcune statue esilaranti di macachi nella sequenza ‘non vedo – non sento – non parlo’ e talmente tante cartoline da stupire persino il cassiere.

Pranziamo in hotel al ristorante, che senza alcun dubbio è il reparto migliore del Langkawi Village. E’ molto carino e soprattutto funzionale. Riposiamo in stanza mentre il brutto tempo non accenna a dare tregua. Giusto per citare la disavventura che il resort offre oggi, le ragazze delle pulizie arrivano a sistemare la camera alle 18.00… piuttosto in ritardo  direi… e prima di andarsene chiudono pure la porta del bagno a chiave dall’esterno! Me ne accorgo per caso perché, vista l’esperienza di ieri, volevo controllare se avevano messo gli asciugamani di ricambio… e non riesco ad entrare! Ahiahi… ogni giorno ce n’è una nuova e sembra il viaggio di Fantozzi… Dopo aver inseguito la ragazza e aver riaperto la porta del bagno, realizziamo che hanno anche dimenticato la busta della laundry in stanza con i panni sporchi. No comment. Siamo troppo sfortunati o loro non ce la fanno proprio?

Poco dopo sentiamo bussare alla porta e con stupore troviamo sulla soglia Juergen. E’ venuto fino alla nostra stanza di persona per confermare il tour di domani, nonostante abbia lasciato il foglio al ricevimento: troppo professionale! Troppo mitico! Altro che Mr. Mie… Intraprende il solito show con le sue battute e consiglia cosa portare per l’escursione di domani in kayak.

Andiamo ancora a fare shopping in un ottimo negozio di abbigliamento, scarpe e zaini, chiamato "De region shope" nel quale compro un orologio per MYR 36 e qualche camicia sbarazzina. Nel frattempo si fa ora di cena e raggiungiamo il T-Jay’srestaurant, prendendo una pizza al salmone. Molto gustosa ma assai pesante per lo stomaco. Poi torniamo anche da Gecko per comprare 42 francobolli a 50 cents l’uno (ma ce ne servirebbero di più per le nostre cartoline!). Il cassiere è esterrefatto: glieli abbiamo portati via tutti…

01/11/2005 – Mangrovie kayak & Caves Tour.

Oggi è il fatidico giorno del Tour Mangrovie Safari e Secret Caves in kayak, dal quale prevediamo grandi emozioni avendone fatto uno simile in Tailandia nel 2002 a Krabi, poco più a nord di Langkawi. La maggior parte delle agenzie offrono il tour in battello, ma siamo convinti che il kayak offra un’esperienza più coinvolgente permettendo di entrare nei meandri più nascosti e stabilendo un contatto più ecologico e intenso con la natura. La fatica di due bracciate dà molta più soddisfazione ed è sicuramente ben ripagata.

Il ‘capo’ Juergen la offre ad un prezzo caro, MYR 220 a persona, ma sulla sua serietà professionale non si può discutere ed inoltre è l’unico ad organizzarlo. Arriva con il van puntuale alle 8.30. Insieme a noi ci sono due ragazzoni tedeschi dell’Holiday Villa ed una coppia minuta di Hong Kong del Pelangi Hotel che, chissà per quale motivazione, soprannominiamo impropriamente i ‘giappo’ come fossero erroneamente giapponesi. Impieghiamo ben 40 minuti per raggiungere il nord-est di Langkawi. Abbiamo percorso l’isola da parte a parte perché la zona delle mangrovie, che è la più selvaggia ed incontaminata, è situata a nord-est mentre il Langkawi Village è a sud-ovest. Raggiungiamo un molo su un fiume dove Juergen prepara l’attrezzatura ed effettua il solito briefing. Domanda se sappiamo nuotare e, nonostante la risposta affermativa di tutti, insiste per far indossare il giubbotto di salvataggio alla ragazza di Hong Kong. Li deve aver già inquadrati, capendo che lei e il ragazzo non hanno molta dimestichezza con la pagaia.

A bordo di una piccola barca a motore con i kayak legati in coda, raggiungiamo in venti minuti la foce del fiume e seguiamo un breve tratto di costa fino a raggiungere una striscia di sabbia in unapiccolissima caletta dove sbarchiamo. L’eccitazione è febbricitante! Ci stiamo a mala pena noi e i quattro kayak doppi. Il tempo è ottimo e il mare piatto. Juergen sceglie gli accoppiamenti: lui e la ‘giappo’, io e ste, erika e un tedesco, il ‘giappo’ con l’altro tedesco. Montiamo sul kayak ed inizia l’avventura!

Pagaiamo venti minuti in un mare liscio come l’olio seguendo la costa, fino a raggiungere una ‘secret cave’, ovvero una grotta nascosta che si rivela soltanto con la bassa marea. La attraversiamo passandoci sotto e sbuchiamo dall’altra parte in una dolina crollata scoperta da Juergen stesso durante le sue esplorazioni solitarie nell’isola, di cui va tanto fiero. Ha guadagnato un milione di punti con questo luogo: è favoloso! Le pareti sono alte, verticali e sommerse da una fitta vegetazione: impossibile arrivare qui via terra. E il fatto di essere inaccessibile anche via mare con l’alta marea che ne nasconde la grotta, donano un fascino ed un mistero del tutto particolari! Il paesaggio è stupendo e ricorda davvero tanto le meraviglie di Krabi, anche se appena meno bizzarro nelle forme. Il grande Juergen lascia a bocca aperta ancora una volta…

Un grosso imprevisto giunge però alle porte: si sente un improvviso ululare tra le pareti e l’acqua stagnante si increspa velocemente tra le forti folate di vento. Il viso del ‘capo’ diventa cupo e serio: dobbiamo uscire immediatamente da lì e tornare alla caletta: il temporale incombe. Detto fatto, nel giro di due minuti contati la meravigliosa giornata si trasforma nell’apocalisse. Inizia a diluviare e dalla grotta scorgiamo all’esterno cavalloni incalzanti che ne rendono difficile l’uscita. Una volta fuori siamo contro-corrente, le onde arrivano in faccia a secchiate insieme alla pioggia scrosciante ed oltre il rischio di capovolgersi persiste quello di non riuscire ad andare avanti di un centimetro. Io e Ste siamo costretti a darci dentro con tutte le energie e a rimanere concentrati per tenere a bada il panico ed il mal di mare. Sincronizziamo le pagaiate e riusciamo finalmente a raggiungere la spiaggia cercando di spingere il kayak il più possibile all’interno per sottrarlo al risucchio delle onde. Sembra tutto incredibile e surreale perché pochi minuti prima sembrava di essere in paradiso ed era una splendida giornata! Gli zaini degli altri sono completamente zuppi, mentre io per fortuna ho l’insostituibile borsa stagna che mi ha salvato anche al Taman Negara. E’ molto apprezzata persino da Juergen, che la osserva con attenzione facendomi i complimenti e non nascondendo un pò di invidia. Probabilmente qui non ne hanno o è difficile reperirle. Intanto attendiamo la barca che si occuperà del nostro ‘salvataggio’ e restiamo sotto la pioggia preoccupati che il tour sia già bello che finito. Ma il ‘capo’ non può deluderci: da bravo generale avrà senz’altro anche un piano ‘B’ di scorta.

Leghiamo i kayak alla barca che con seria difficoltà, tra voli degni delle più stomachevoli montagne russe (meno male che ho preso la Xamamina!), rientra all’interno del fiume dove l’acqua è più calma. Juergen dice di non preoccuparci: faremo quello per cui abbiamo pagato! Ed ecco come volevasi dimostrare spianarsi alle porte il piano ‘B’. Dopo aver percorso qualche meandro del fiume, l’acqua torna olio e smette persino di piovere. Avviciniamo i kayak al bordo della barca e saliamo sopra ad uno ad uno in maniera alquanto goffa.

Riprendiamo l’avventura esplorando le mangrovie all’interno di anfratti e meandri labirintici che richiedono un minimo di dimestichezza nel governo del kayak. E qui il caro Juergen perde parecchi punti per la prima volta, avendo cambiato le coppie e sistemandosi lui col tedesco e i due ‘giappo’ di Hong Kong assieme. Molto male perché i poveretti, sotto gli occhi impotenti di me e stefy che siamo dietro di loro, vanno a sbattere dappertutto infilandosi persino tra i rami delle mangrovie. Ed è piuttosto pericoloso perché la prima lezione è proprio quella di evitarne il contatto perché possono sbucare spiacevoli ragni e serpenti velenosi. Alla fine imploriamo l’aiuto del ‘capo’ che arriva in un battibaleno pensando subito a qualche guaio! Segue una bella spiegazione basilare sul come muoversi e usare le pagaie ai due ragazzi che paiono nel pallone, finché piano piano riescono a migliorare e cavarsela, mentre noi godiamo la pace assoluta di questo posto all’ombra fitta e lugubre delle mangrovie. E’ bellissimo e anche rilassante perché, non so con quale stregoneria, abbiamo sempre la corrente a favore. Anche quando ritorniamo indietro dallo stesso punto con un inversione a “U” di 180 gradi. Come è possibile? Juergen spiega il tutto nella sua immensa sapienza e conoscenza di questi luoghi: è davvero l’Indiana Jones di Langkawi!

Arriviamo così ad un’altra grotta ma la marea è troppo alta e non si riesce a passare all’interno col kayak. Visitiamo giusto l’imbocco. Da qui scorgiamo il battello del tour sulle mangrovie che passa mostrando ai turisti accalcati la caverna da lontano, proprio quella dove noi siamo adesso dentro… mi dispiace per chi l’ha prenotato ma col kayak e con Juergen è tutta un’altra cosa!

Tra il labirinto di mangrovie, proseguiamo lentamente osservando con cautela un serpente velenoso tenuto a debita distanza. Sono le 13.00 passate quando raggiungiamo una tranquilla ansa nella quale il ‘capo’ ordina di indossare le scarpe. Adesso è il momento di sudare con un pò di trekking. Sbarchiamo lentamente ad uno ad uno in maniera buffa tra un gruppo di rocce scivolose, cercando di non mettere i piedi nell’acqua fangosa. Leghiamo nel frattempo i kayak tra loro mentre Juergen è costretto a farsi un bel bagno per recuperare una borsa caduta sul fiume…

Una ripida inerpicata, su un abbozzo appena di sentiero ricoperto di fango scivoloso, porta all’ultima grotta di oggi. E’ un posto che conosce solo Juergen, tanto per cambiare. Tira fuori dal suo zaino le pilette da minatore e ne assegna una a testa. Entriamo in esplorazione con l’adrenalina a mille, cercando di stare attenti a non ruzzolare e muovendo freneticamente la piccola luce della pila che in realtà non illumina un granché da sola. Il ‘capo’ va avanti per primo con cautela per prevenire spiacevoli sorprese. Si ferma, per l’appunto, ad osservare un paio di ragni-scorpione e un serpente velenoso sulle pareti da cui è consigliabile stare alla larga. Giunti nella sala finale, si trasforma per l’ennesima volta in Indiana Jones pronunciando un epico discorso archeologico legato a questa grotta. Afferma che alcuni reperti di tombe che si trovano qui potrebbero far riscrivere la storia della popolazione malese, poiché l’uso delle caverne come luogo funerario è riscontrabile soltanto dall’altra parte della costa orientale che ha avuto una cultura completamente differente. Su questo lato non ve ne è mai stato riscontrato alcun esempio. Inoltre fa spegnere per alcuni istanti tutte le luci per assaporare la sensazione del buio totale, provando a chiedere se siamo in grado di uscire senza illuminazione. Molto divertente… soprattutto pensando a quegli adorati piccoli scorpioni e serpenti che si potrebbero calpestare… E qui inizia un altro discorso spirituale, del quale il succo si riassume nella necessità di focalizzare il pensiero su un solo problema alla volta, concentrando la mente esclusivamente alla risoluzione di questo. Dobbiamo uscire dalla grotta. Punto. Serpenti e scorpioni vengono dopo e rappresentano le classiche fobie e paure insensate, poiché la probabilità di calpestarli è talmente bassa da essere irrilevante… pensiamo ci stia prendendo in giro ed invece afferma seriamente che questo tipo di test è stato svolto nella realtà su persone che hanno grosse responsabilità da gestire (per esempio manager), poiché risolve un importante aspetto psicologico. Quest’uomo è un grande! Ma non essendo nessuno di noi un manager, votiamo all’unanimità di riaccendere le nostre care pile e levare il disturbo da questa sensazionale grotta. I ragni-scorpione intanto non sono più dove erano prima e non si vedono. Ma non importa, il pericolo di calpestarli è irrilevante… l’ha detto il capo!

Torniamo lentamente e con cautela giù per il sentiero, visto che in discesa ruzzolare è assai più facile. Per fortuna il nostro attento Indiana Jones ha piazzato corde e ganci per appendersi nei momenti e nei posti giusti. Scavalchiamo tronchi e camminiamo a tratti aggrappati a qualche roccia, uno per volta con il compito di fare il passaparola a chi sta dietro nel suggerire i passi e gli appigli corretti. Saliamo nuovamente in maniera rocambolesca sul kayak e riprendiamo a pagaiare sul fiume.

Dopo una mezzora le mangrovie svaniscono gradualmente e l’avventura termina approdando ad una Fishfarm. Sono le 15.00 in punto e possiamo finalmente andare in bagno e cambiarci! Aiutiamo Juergen a sistemare i kayak e giriamo sulle pedane scricchiolanti osservando le vasche dove viene allevato il pesce. Ve ne sono diverse da queste parti di fishfarm ed è incredibile pensare come sia particolare la vita svolta qui. E’ una casa costruita in legno su piattaforma galleggiante nel bel mezzo del fiume, avvolta in un paesaggio straordinario e senza alcun contatto fisico con la terra ferma. Per spostarsi esiste solo la barca. Sediamo a tavola tutti insieme e diamo inizio ad un ottimo pranzo di cucina localea base di pesce freschissimo. Vengono serviti zuppa di gamberi piccante, calamari fritti, pesce grigliato, altri gamberi, insalata, frutta. Tutto in quantità illimitata persino nelle bevande. Questa è un’escursione coi fiocchi! Ben pagata, ma soldi ben spesi fino all’ultimo ringgitt! Passiamo una divertente oretta tra le battute di Juergen e il comico pensiero del raffronto tra questo pranzo e quello di Mr. Mie del Pulau Payar….

Arriva intanto la pioggia e si fa ora di rientrare con la barca al parcheggio. Ripercorriamo la via del ritorno, ma durante il tragitto il ‘capo’ si ferma sul ciglio della strada a fianco di una eccentrica e luccicante azzurra Peugeout 307 (sicuramente l’unica dell’isola: nessuno può permettersi un’auto del genere da queste parti..). Si apre uno sportello e si avvicina una bellissima donna clamorosamente uguale a Halle Barry in versione capelli corti e occhiali da sole. E’ la moglie di Juergen. Quest’uomo ha guadagnato un altro milione di punti ed è entrato a far parte dei miei miti personali. E’ venuto qui da straniero, ha conosciuto questo splendore, ha messo su famiglia sfruttando la sua passione per lo sport e l’avventura, esplorando quest’isola col kayak, con i trekking, costruendo il canopy in mezzo alla jungla, facendosi rispettare da tutti come un ‘capo’ e permettendosi pure una bella vita. Per noi è il re di Langkawi: un mito!

02/11/2005 – Island Hopping & Eagles Feeding Tour.

Durante la notte, un forte temporale costringe a spalancare gli occhi più volte con tuoni che fanno tremare il pavimento! Alle 8.00 siamo in piedi per la colazione, mentre continua a piovigginare ed il mare è mosso. Siamo incerti anche oggi sul da farsi per la gita dell’Island Hopping, che stavolta abbiamo prenotato tramite un signore appostato tutti i giorni con ombrellone e tavolino sulla spiaggia del Langkawi Village. Mi avvicino a chiedere informazioni, ottenendo che se le condizioni sono molto brutte il tour si può spostare nel pomeriggio.

Il pickup arriva comunque alle 9.35 e anche se perplessi decidiamo di andare, poiché oggi è l’ultima possibilità rimasta: o così o niente! In pochi minuti raggiungiamo il porticciolo poco più a sud dove, con nostra grande meraviglia, il mare è molto più riparato e quasi piatto. Qui riceviamo il solito bollino del tour da attaccare sulla maglietta. Frotte di cinesi salgono all’arrembaggio delle piccole barche che partono cariche, mentre noi attendiamo furbescamente per ultimi salpando su una mezzo vuota con un altro gruppetto di sole tre ragazze, sempre cinesi. Indossano il giubbotto di salvataggio ed entrano subito in delirio: sembra sia la prima volta che vedano il mare… Il ‘capitano’ li consegna anche a noi e di fronte all’iniziale rifiuto di metterli (visto che il mare è abbastanza tranquillo e sappiamo nuotare), lo impone come ordine! E ha perfettamente ragione perché poco dopo, usciti dal porto, entriamo in un tratto aperto dove iniziamo a saltare allegramente! Lasciamo da parte il mal di mare e scoppiamo a ridere, con le cinesi davanti che urlano come se fossero nella più pazza delle montagne russe di Disneyland…

Il tragitto dura circa venti minuti e, mentre ammiriamo il paesaggio meraviglioso creato da innumerevoli isolotti che costellano l’arcipelago, veniamo lasciati in una delle isole più famose nella quale regna la leggenda della principessa, che pare maledisse Langkawi per molte generazioni. Abbiamo un’ora di tempo per visitarla. Scesi sul molo veniamo circondati da un esercito di macachi in cerca di qualcosa da rubare ai turisti. L’isola è disabitata, quindi fanno loro i padroni da queste parti… persino un grande cartello ne avverte la pericolosità e segnala i percorsi all’interno dell’isola.

Con una lunga gradinata raggiungiamo in dieci minuti il lago della principessa, immerso in una conca straordinaria, circondata da alte pareti verdi e fitta vegetazione. Nuotiamo affannando nella pesantissima acqua dolce, spendendo molte energie per restare a galla. La leggenda narra che bere da questa fonte doni notevoli proprietà fertili. Sono presenti parecchi turisti ma nessuno si allontana dalla piattaforma, che è l’unico appiglio, dal momento che il fondale è molto alto e fa impressione il colore scuro (quasi nero) che non permette la visibilità sottostante. C’è anche chi, al posto di nuotare, preferisce affittare un pattino per un rilassante giro panoramico.

Rientriamo all’orario pattuito verso il molo, ma le compagne orientali si fanno attendere per ben venti minuti, quando la nostra barca è rimasta ormai praticamente l’ultima ancorata. In dieci minuti di tragitto raggiungiamo una caletta riparata dove il capitano ferma i motori ed inizia a gettare del pesce in acqua. In meno che non si dica arrivano centinaia di aquile di mare affamate che si lanciano elegantissime a pescare il pranzo! Qui lo chiamano Eagle’s Feeling ed è molto praticato, dal momento che questo volatile è anche il simbolo di Langkawi. Da non credere quante ne volano sopra le nostre teste: è magnifico! Un’occasione unica per scattare foto irripetibili con un buon teleobbiettivo, nonostante la difficoltà nel seguire le veloci picchiate e l’ondulare della barca… Ammiriamo ammaliati questo evento insolito e speciale finché il pesce termina e le aquile lentamente svaniscono.

Proseguiamo verso l’ultima tappa che è l’isola di Beras Basah. Anche questa è disabitata ma è presente almeno un chiosco per le bevande e gli alimenti. Sbarchiamo di fronte ad una bellissima spiaggia bianca dove fanno parasailing ed il bananone, con i motoscafi che arrivano a folle velocità fino a pochi metri dalla riva e dai bagnanti! Abbiamo sempre un’ora di tempo libero. Nel frattempo esce un desiderato e attesissimo sole che porta il caldo, facilmente sconfitto restando a mollo nell’acqua calma e cristallina.

Il tempo scorre veloce e rientriamo al piccolo e caratteristico porticciolo di Langkawi e da qui al resort alle 13.30. Siamo soddisfatti di aver fatto l’Island Hopping: è andata benissimo! Pranziamo in piscina e passiamo l’intero pomeriggio nei lettini del villaggio sotto un sole cocente: finalmente avremo una tintarella degna di nome! Io e Ste approfittiamo per passeggiare lungomare spingendoci alla spiaggia dell’Holiday Villa, qualche centinaio di metri più a sud. E’ questo uno degli hotel maggiormente menzionati nei cataloghi dei tour operator italiani. Guarda caso, ha anche un ristorante-pizzeria di nome "Da Mario" all’interno… I lettini sono più comodi e riservati, ma la spiaggia è più stretta e l’hotel meno caratteristico (non vi sono bungalow ma classici appartamenti a più piani). Nel complesso ritengo molto migliore la posizione e l’aspetto del Langkawi Village (non posso ovviamente giudicare però il servizio e la qualità). Torniamo indietro a gustare un fresco cocktail cocojam al bar e godiamo delle proprietà benefiche della jacuzzi. Questo è il modo migliore per trascorrere l’ultima serata nello splendido mare della Malesia.

Per cena andiamo a fare il bis al Lighthouse Restaurant e torna a diluviare. Ordiniamo un’ottima soup tomato (zuppa di pomodoro), tunasteak (bistecca di tonno) e coconut crepe (favolosa crepe al cocco!).

03/11/2005 – Arrivederci Malesia!

L’ultima colazione a Langkawi, per l’ennesima volta sotto la pioggia. Per fortuna dopo un’oretta sopraggiunge il sole e mentre Erika rimane in piscina ad abbronzarsi io e Ste andiamo ad acquistare gli ultimi souvenir. Al nostro rientro è già nuovamente tutto nuvoloso! Chiudiamo le valigie ed alle 12.30 pranziamo al ristorante. Passiamo un lungo e lento chek-out al ricevimento e prenotiamo il taxi per raggiungere l’aeroporto. Si sfiorano le lacrime, angosciati da una forte malinconia: nonostante le condizioni meteo non siano state clementi, abbiamo trascorso una settimana incredibile ricca di esperienze straordinarie giorno dopo giorno… Langkawi si è rivelata un’isola magnifica che ha regalato ricordi indimenticabili ed emozionanti!

SINGAPORE

03/11/2005 – Volo Langkawi – Singapore. Pan Pacific Hotel. Marina Square.

Alle 15.15 il volo n° 7 della Malesia Airlines decolla per Kuala Lumpur (KUL) atterrando dopo un’ora esatta. Da qui, una veloce coincidenza imbarca col volo n° 613 per Singapore, dove giungiamo dopo 55 minuti e 317 chilometri. Si torna in città ed inizia un’altra avventura! L’aeroporto è molto bello e scintillante. Dopo aver ritirato i bagagli raggiungiamo l’ordinata, organizzata ed efficientissima coda dei taxi. Pochi minuti ancora e siamo sulla veloce autostrada che conduce in centro.

L’alloggio è prenotato per tre notti al Pan Pacific Hotel (quattro stelle), grazie ad un’offerta di Expedia. La hall d’ingresso è stratosferica, con una parete verticale alta una quarantina di piani e tre ascensori interni luccicanti che salgono e scendono! Poiché questi arrivano però ‘soltanto’ fino al diciannovesimo piano, per raggiungere la camera n°2419 al ventiquattresimo piano, dobbiamo utilizzarne altri ancora più vertiginosi avendo la vetrata all’esterno dell’hotel. Questi infatti servono i piani dal ventesimo in su. Dopo pochi emozionanti secondi di ascesa a razzo, lo scintillio delle luci della città diventa accecante! La stanza è bellissima e lussuosa, con un ampio balcone panoramico con vista mozzafiato dello sky-line dei grattacieli di Singapore. Uno degli aspetti più singolari inoltre è che l’hotel è di forma triangolare, e affacciandosi dai corridoi interni la struttura ricorda in maniera inequivocabile la leggendaria ‘Indastria’ del cartone animato di Conan!

Eccitati da questa meraviglia che già di per sé rappresenta un’attrazione turistica, sistemiamo velocemente le valigie ed usciamo a piedi passeggiando nei dintorni di Marina Square, proprio fronte al Pan Pacific. Bisogna percorrere un tragitto contorto per evitare di attraversare direttamente la strada, passando sopra ponti e aree pedonali. E’ tutto molto cementificato e ordinato, soprattutto pulito in forma maniacale. Non si trova per terra un solo pezzo di carta, una sigaretta, un qualsiasi oggetto assimilabile a spazzatura. Merito dei rinomati severi divieti diventati un simbolo di questa città-stato, tra i quali non si può mangiare per strada e nemmeno masticare chewingam.

Il centro commerciale appare tanto immenso quanto desolato: è già tutto chiuso e per non allontanarci troppo sostiamo a cena da Burger King in zona per soli $ 17 in tre. Dobbiamo abituarci alla nuova valuta del dollaro di Singapore, che vale oggi esattamente la metà di un euro.

04/11/2005 – Chinatown. Little India. Orchard Road. Night Safari.

Ammiriamo dal balcone della camera lo splendido sky-line di Singapore di primo mattino, insieme a qualche raggio di sole e pesanti nuvole sullo sfondo che denotano una giornata incerta. Scendiamo al tour desk del primo piano per chiedere informazioni ed un ragazzo gentilissimo e preparato sforna una miriade di informazioni sul come e cosa visitare in città. Riconosce che siamo italiani e racconta della sua esperienza in occidente: il classico viaggio che si organizza da queste parti, nel quale in un giorno si visitano due capitali per volta e in due settimane sembra di aver visto tutta l’Europa! Prenotiamo il Night Safari per $ 45 a testa, compreso di trasferimento dall’hotel e biglietto di ingresso. Poi andiamo a fare colazione (poiché non è inclusa nella tariffa della stanza) nel ‘7 Eleven’ di fronte al Pan Pacific.

Un taxi ci porta in pochi minuti a Chinatown ed iniziamo a vagare per i market. Ve ne sono dei più svariati, ma fondamentalmente raggruppati per genere: una parte del quartiere è dedicata a quelli alimentari e l’altra a quella dell’abbigliamento, souvenir etc. Finalmente io e Ste troviamo l’occasione di comprare due zaini da trekking di medie dimensioni, in sostituzione del bagaglio a mano: li stavamo cercando per tutto il viaggio e alla fine in questa bancarella un signore li offre a $ 50 entrambi. Spendiamo altro tempo nello shopping e prendiamo il metro (efficientissimo e lindo) per Little India. Qui osserviamo velocemente un tempio induista e passeggiamo senza meta perlustrando altri market. In uno di questi proviamo a cambiare euro in dollari locali e rischiamo una grossa fregatura! Il tasso di cambio € / $ è scritto a mala pena in uno scontrino bianco e risulta 1,57. Ma se ieri in aeroporto il tasso era di 2,00 !?? Torniamo a chiedere spiegazioni e, chiedendo vagamente scusa, rimborsano i soldi al tasso giusto (in realtà a quello che gli abbiamo detto noi, cioè esattamente 2,00). In un altro posto me la sarei aspettata una così banale truffa, ma in una città come Singapore che appare così perfetta… sinceramente no!

Comunque sia, dopo aver osservato un pezzo della Singapore orientale, adesso passiamo a quella occidentale degli hotel lussuosi e dei centri commerciali. E non può mancare quindi una visita alla famosa Orchard Road, che raggiungiamo con una corsa di soli $ 6 di taxi. Parlando col tassista scopriamo che anche lui è stato in Europa e in Italia, sempre con la solita vacanza del tour guidato di un paio di settimane. Pare che qui siano piuttosto benestanti. La città stato offre ancora lavoro per tutti, è dinamica, ordinata e moderna. Pensavamo di trovare una popolazione un po’ fredda e distaccata, e invece con stupore gli abitanti sono estremamente cordiali ed espansivi.

Orchard Road è per Singapore quello che lo Strip è per Las Vegas. E’ una via enorme e molto lunga, con al centro una larga zona pedonale verde che divide le carreggiate intensamente trafficate. E’ impossibile da visitare tutta in poche ore, così ci accontentiamo di restare nella zona del ‘Le Meridien hotel’. Troviamo un piccolo invitante ristorante italiano di nome ‘Da Vinci’s’, dove sostiamo per il pranzo e spendiamo $ 60 in tre mangiando benissimo. Proseguiamo entrando in un altro centro commerciale a caso di cinque piani (probabilmente uno dei più piccoli, qui sono tutti colossali) e compriamo la versione di Umpa Lumpa grande. Non possiamo restare senza mascotte dopo aver perso il piccolo Umpa Lumpa inspiegabilmente nella stanza dell’hotel a Kuala Lumpur! Rimango perplesso dai prezzi dei prodotti tecnologici come televisori, computer, cellulari, macchine fotografiche… è convinzione popolare che costino molto meno qui, invece non si discostano affatto da quelli europei a parità di modelli e prestazioni. I centri commerciali si susseguono uno all’altro ma alla fine sembrano tutti uguali, così desistiamo dal nostro shopping e rientriamo al Pan Pacific prendendo un altro taxi.

Sono le 16.30 e Ste si tuffa nella splendida piscina semicircolare dell’hotel mentre io, seduto nello sdraio, ammiro ancora impressionato gli ascensori esterni che continuano silenziosi a salire e scendere senza un attimo di pausa.

Alle 18.10 siamo nella hall d’ingresso. Viene a prelevarci per il Night Safari un piccolo pulmino, che viene cambiato poi in un normale bus al punto di raccolta. Mentre siamo in viaggio una ragazza spiega come muoversi all’interno del parco. Questa attrazione turistica è molto rinomata qui a Singapore. Si tratta di un’area adiacente allo zoo nella quale è possibile osservare gli animali durante la loro attività notturna. All’ingresso troviamo una folla incredibile ed una coda lunghissima. Decine di autobus si fermano contemporaneamente e, poiché la guida non ci seguirà all’interno del parco, dobbiamo memorizzare bene quale sia il mezzo nel quale risalire all’uscita… Pare che questi giorni sia particolarmente congestionato per via delle feste.

Dopo un’interminabile attesa, arriviamo con fatica sul trenino che percorre il parco facendone il giro panoramico. Gli animali sono tanti ma immobili, appena illuminati ai lati del treno. Sono liberi ma in ogni caso in spazi ristretti. Sentiamo la voce del conducente tramite gli speaker, che nomina durante il tragitto le varie specie e le loro abitudini. Impossibile come previsto fare foto o riprendere, visto il buio quasi totale. Restiamo sinceramente piuttosto delusi: Forse per un turista che non ha altre possibilità o porta dei bambini piccoli è un’esperienza interessante, ma per chi viene dalla vera jungla del Taman Negara e di Langkawi appare tutto così finto e superficiale… Il giro dura una mezz’oretta. Il resto del tempo lo spendiamo camminando nei sentieri segnati a piedi, nei quali si può osservare il tutto con più calma. Prima di uscire sostiamo nei tavolini a ristorare, mentre inscenano un simpatico spettacolo folcloristico con danze tribali e torce infuocate. Infine lasciamo il Night Safari e torniamo nella piazza dove è parcheggiato l’autobus, rientrando al Pan Pacific alle 23.00 in punto.

05/11/2005 – Sentosa Island (Cable Car, Merlion, Butterfly Park, Dolphin Lagoon, Underwater world). Suntec City Mall (Fountain of Wealth).

Seguiamo le indicazioni per uscire dal Pan Pacific in direzione del Suntec City. E’ questo uno dei più grossi centri commerciali della città ed è proprio adiacente all’hotel, dal quale si raggiunge con un breve camminamento al coperto. Dopo vari sterminati corridoi troviamo uno Sturbucks, dove sediamo per fare colazione. Poi diamo un’occhiata all’imponente fontana, tra le più grandi al mondo, costruita sotto il livello stradale di una larga rotonda. Adesso è spenta, bisogna tornare agli orari prestabiliti per assistere allo show musicale.

Usciamo dal Suntec e prendiamo un taxi per Mount Faber, spendendo $ 7. Da qui parte una suggestiva funivia (il biglietto viene $ 13) per Sentosa Island, che attraversa il mare facendo una sola sosta intermedia. Piove ma il tragitto è ugualmente spettacolare, con un panorama unico sul porto mercantile e su tutta la città. I container sono migliaia e sembrano dei piccoli colorati mattoncini lego uno sopra l’altro.

Arriviamo alla stazione di Sentosa ed iniziamo una lunga passeggiata. Qui è tutto estremamente organizzato e curato, dai numerosi cartelli con le indicazioni, ai mezzi di trasporto, ai giardini fioriti e lussureggianti. Una serie di ponticelli e passerelle conducono al Merlion, un’enorme statua a forma di leone con la coda di sirena, dove con $ 8 entriamo per la visita. Un ascensore sale sopra fino alla cavità della bocca, da cui si osserva lo sky-line dei grattacieli. Con dei gradini si raggiunge poi la sommità all’aperto sulla testa della statua, dove il panorama a 360° su Sentosa e Singapore è grandioso e superbo. Infine, una volta scesi alla base, assistiamo ad un divertente cartone fumettistico sulla leggenda della nascita di Singapore e del simbolo del Merlion.

Proseguiamo su un coloratissimo e vivace sentiero dove getti d’acqua si inseguono con spruzzi ritmati da una statua all’altra. L’architettura in mosaico di pianelle ricorda verosimilmente quello di Gaudì a Barcellona.

Si fa ora di pranzo e approfittiamo di un biglietto combinato per mangiare al Subway, con una pizza del menù più l’ingresso alla Butterfly incluso. La visita è bella ed interessante. Vi sono quantità incredibili di farfalle di ogni genere e specie, immerse in un rigoglioso giardino sub-tropicale. Segue un piccolo museo al chiuso ricco di informazioni e reperti sugli insetti, dove un signore vuole far provare l’ebbrezza di uno scorpione che cammina sul palmo della mano: magari la prossima volta!

All’uscita vediamo una singolare attrazione che sembra molto divertente: scendere un tratto dell’isola in una macchinetta simile ad un go-kart per risalire poi tramite una seggiovia. Abbiamo però poco tempo e la tralasciamo, proseguendo a piedi alla fermata dell’autobus. Passano due linee turistiche e gratuite, molto frequenti, che compiono il giro dell’isola sostando nei punti principali.

Saliamo sulla blue line e cambiamo sulla red line per raggiungere il Dolphin Lagoon. L’ingresso costa $ 20 e comprende anche l’acquario (in realtà a noi quest’ultimo non interessa ma non è possibile separare i biglietti). Siamo giusto in tempo per lo spettacolo delle 15.30. Essendo gli ultimi arrivati siamo costretti a stare dietro la numerosa folla che assiste, dalla spiaggia della laguna, alla stupenda esibizione dei delfini rosa. E’ una specie molto rara, che deve il suo rosa all’acqua dolce per la mancanza di qualche sostanza che ne priva del colore grigio originario. Vale veramente la pena vederli! Con un sovrapprezzo di $ 13 a coppia permettono anche di toccarne uno ed avere una foto ricordo. Senza pensarci due volte, alla fine dello show seguiamo la fila per l’incontro con il magnifico mammifero. Viene spiegato di stare calmi, non fare rumore o gesti bruschi, e accarezzare lentamente il delfino sul dorso della schiena per non urtare la sua sensibilità. La memorabile foto ricordo è fatta! All’uscita compriamo anche il magnete ed il portachiavi che vengono forniti già pronti con la stessa foto in miniatura.

Passeggiamo brevemente sul litorale e sulla spiaggia adiacenti, anche questa ben organizzata e molto frequentata. Poi riprendiamo la red line per l’Underwater world. La visita dell’acquario risulta però deludente. L’unico tratto interessante è quello del tunnel sottomarino, dove due squali litigano mordendosi la pinna e girando freneticamente su sé stessi, mentre il sub che nuota nella vasca se la svigna per evitare problemi. Carino anche l’embrione del piccolo squalo di appena sette settimane.

Lasciamo Sentosa al tramonto e rientriamo al Pan Pacific in taxi con una corsa di $ 9. Raggiungiamo subito il Suntec City per lo spettacolo della Fountain of Wealth delle 19.45. La folla si raduna in cerchio attorno agli enormi piloni mentre la musica si fa più sostenuta. La vera particolarità di questo numero è il gioco di luci creato con effetti tridimensionali simili ad ologrammi, molto belli e colorati. Alla fine scorrono addirittura le scritte virtuali di sms mandati dalle persone al cellulare!

Per concludere il soggiorno a Singapore ceniamo al "Waraku japanese restaurant", che si trova proprio all’angolo di Marina Square di fronte al Pan Pacific. La cena è discreta e particolare ma non buona quanto quella del giapponese di Kuala Lumpur.

Torniamo in stanza e sistemiamo le valigie, in attesa della mezzanotte, quando scendiamo a fare il chek-out e chiamiamo un taxi per l’aeroporto.

DUBAI

06/11/2005 – Volo Singapore – Dubai. Jumeira Rotana Hotel. Abu Dhabi.

Attendiamo pazientemente il Boeing 777/300 della Emirates 433, che decolla alle 3.05 per Dubai (DBX). E’ una traversata di 5850 chilometri della durata di sette ore e mezza, le quali passiamo per la maggior parte a dormire. Quando scendiamo dall’aereo ci ritroviamo di fronte ad un cantiere: è infatti in corso la costruzione del nuovo terminal. Intanto osserviamo la splendida alba ed il sorgere del sole. Cambiamo qualche soldo in valuta locale (Dirams) ed alle sei e mezza del mattino siamo nell’area dei taxi. Ne aspettiamo uno prenotato da internet (come servizio extra richiesto all’hotel), ma non se ne vede l’ombra. Così ne prendiamo uno a caso per raggiungere il Jumeira Rotana Hotel, che si trova in zona Bur Dubai, retrostante la famosa spiaggia nella quale sorgono tutti gli hotel più famosi della città. L’inizio non è dei migliori e rimaniamo qualche minuto imbottigliati nel traffico intenso, di fronte ad un incidente con un’auto letteralmente scaraventata su un palo oltre il guard rail. Sappiamo che qui si corre molto e la guida è assai spericolata. La corsa viene in tutto 50 dirams.

Il Jumeira Rotana Hotel si trova dietro un vicolo parallelo alla strada principale, dove passano poche auto, e quindi risulta abbastanza riparato e silenzioso. Muoversi a piedi è comunque un’impresa ardua da considerare. La facciata esterna è raffinata, luccicante, anche la hall interna è di un certo lusso. Nonostante l’orario mattutino, la nostra stanza n° 225 al secondo piano è già pronta. E’ enorme, con due letti matrimoniali, un angolo semi-arredato a cucinotto (ma senza i fornelli) e un bagno spazioso: ha le dimensioni di un appartamento!

Incontriamo Felice, il padre di Erika che vive qui ormai da tanti anni. Dopo una chiacchierata, ci porta in auto a fare un giro per Dubai lungo Jumeira Beach. La città appare un cantiere aperto, dai grattacieli in costruzione alle strade stesse. Raggiungiamo il ‘Mercato Italiano’, un centro commerciale in stile nostrano con pitture e architetture che ricordano la cara Venezia. Qui consumiamo una veloce colazione da Costa. Proseguiamo per il litorale raggiungendo il Burj Al Arab, l’hotel più famoso della Dubai odierna, considerato il più lussuoso del mondo e l’unico ad essere classificato come un sette stelle! Lo guardiamo solo un attimo dall’esterno ed usciamo dalla città per arrivare, dopo un’ora di auto, ad Abu Dhabi.

E’ qui che lavora e vive Felice. Vent’anni fa questa città in piena espansione era solo un semplice villaggio di capanne. Tutto è nato con i radicali cambiamenti politici ed i nuovi equilibri nel Medio Oriente, che hanno individuato gli Emirati Arabi come un luogo sicuro di incontro tra Oriente e Occidente. Sono arrivati fondi, capitali da investire, e l’economia (soprattutto nel campo dell’edilizia) è cresciuta in maniera esponenziale dando vita ad una espansione senza precedenti. Oggi un appartamento costa un occhio della testa, eppure sono tutti venduti ancora prima di essere costruiti. Compresi quelli di extra lusso che sorgeranno a breve nella “Grande Palma” sul mare di Dubai.

Veniamo introdotti da Felice nella spiaggia dell’Intercontinental hotel dove, pagando l’ingresso, possiamo usufruire di lettini ed ombrelloni. La spiaggia è bella, raccolta in una piccola caletta protetta da un molo che la abbraccia creando quasi una laguna interna. Il sole è fortissimo come non lo abbiamo mai visto in due settimane di Malesia… adesso è ora per davvero di tirare fuori la protezione solare!

Per pranzo stiamo nel ristorante della spiaggia stessa, di una certa classe e stile. E’ di forma circolare, con al centro il banco dove scegliere il pesce fresco (e il modo di cucinarlo), la frutta, la verdura e via di seguito. I tavoli sono invece tutto intorno. Operiamo un’accurata scelta e assaporiamo un pasto coi fiocchi: servizio e cibo sono ottimi!

Trascorriamo rilassati tutto il pomeriggio al mare a prendere la meritata tintarella, e verso le 18.00 andiamo al Marina Mall, uno dei tanti immensi centri commerciali che qui sono molto frequentati e rinomati. Visitiamo vari negozi e padiglioni, tra cui uno sterminato dedicato interamente all’arredamento. Sostiamo ad un bar bevendo un succo di frutta e ordinando delle energetiche crepes alla nutella, poi concludiamo la giornata con una visita all’appartamento di Felice. Veniamo riaccompagnati quindi stanchissimi alle 22.00 al Jumeira Rotana hotel di Dubai, dopo aver perso un po’ di tempo invano a girare tra innumerevoli deviazioni stradali per lavori in corso.

07/11/2005 – Jumeira Beach Park.

Alle 8.30 salgo a fare colazione all’ultimo piano con Ste nella sala ristorante del Jumeira Rotana, mentre Erika esce con il padre per una scampagnata nel deserto. Per la prima volta durante il viaggio staremo separati! La sala è molto bella, rifinita, con un discreto panorama sulla città, e anche la colazione a buffet è ottima e varia. Nello stesso piano c’è anche la piscina all’aperto, a cui diamo solo un’occhiata. E’ piccola e circondata dal cemento: meglio andare in spiaggia!

Scendiamo al ricevimento a chiedere informazioni e scopriamo che l’hotel dispone di un servizio gratuito per raggiungere la spiaggia pubblica di Jumeira Beach Park. Ha solo due corse al giorno e siamo proprio in perfetto orario per usufruire della prima. Saliamo su un van a nove posti, che in un quarto d’ora circa lascia all’ingresso del parco, a cui si accede per tutto il giorno con un irrisorio ticket di 5 dirams. Si attraversa il prato verde e spazioso fino ad arrivare alla spiaggia di sabbia bianca, molto organizzata turisticamente: sono presenti un locale di ristorazione con i tavoli all’aperto, i bagni, le docce, la possibilità di affittare lettini, ombrelloni e il chiosco per prenotare gite in barca e lanciarsi col parasailing.

Affittiamo due sdrai a 15 dirams l’uno e un ombrellone a 5 dirams. La maggior parte dei turisti sono europei ma vi è anche qualche locale. Il posto nel complesso non è affollato e c’è spazio a sufficienza per tutti. Il mare è bello, calmo e limpido: condizioni perfette per completare la tintarella di ieri. Nonostante però desiderassimo questo sole e un pò di riposo per tutto il viaggio, dopo la Malesia sembra ora tutto troppo tranquillo: con Juergen ed Azam eravamo abituati a ritmi ben più serrati!

Pranziamo con fish e chips e tramezzini seguiti da un vassoio di frutta, spendendo 50 dirams. Dietro al nostro ombrellone si sistema un gruppo di quattro ragazzi arabi, che prima di andare via lasciano una quantità vergognosa di bottiglie e spazzatura sulla spiaggia, con tanto di cestini dei rifiuti a dieci metri di distanza. Si fa così da queste parti?? Tanto c’è il ragazzo della spiaggia che passa per pulire, immagino sia la scusante… un atteggiamento, al di là di qualsiasi mentalità e cultura, del tutto inaccettabile! Se seguissimo tutti questa linea come ridurremmo le bellezze naturali ed il mondo in cui viviamo?

Alle 16.00 compriamo un gelato e un succo di frutta nei tavolini all’ingresso del parco, mentre aspettiamo il pulmino per il rientro. Arriva puntualissimo alle 16.30 e riporta indietro al Rotana in venti minuti. Riposiamo in camera e alle 19.30 incontriamo Erika e Felice al ristorante tedesco all’interno dell’hotel, dove ceniamo tutti insieme. Loro propongono un’interessante gita in auto per domani che accettiamo subito senza batter ciglio!

Passeggiamo poi un’oretta per la strada principale che si snoda dietro l’hotel, scoprendo la Dubai tradizionale delle bancarelle e dei negozietti: completamente diversa da quella moderna e lussuosa dei grattacieli!

08/11/2005 – Gita nel deserto. Hatta Heritage Village & Hatta Fort hotel. Quad tra le dune di sabbia. Tramonto a Jumeira Beach.

Alle 9.00 Felice passa in auto a prenderci. Usciamo dal caotico traffico della città dirigendoci verso l’interno del territorio. L’autostrada separa i grattacieli dal deserto in un contrasto stupefacente: sembra proprio una linea di confine tra la civiltà e il nulla. Felice mostra in una foto come appariva lo stesso posto dieci anni fa: irriconoscibile!

Seguiamo i cartelli stradali verso Hatta. Il paesaggio diventa presto interamente desertico, prima roccioso e poi sabbioso. Qui sostiamo in un’area organizzata dove prenotano passeggiate con i dromedari, tour in jeep 4×4 per arrampicarsi e saltare tra le dune del deserto, scorrazzate rocambolesche con i quad per una sana dose di adrenalina assicurata. Per ora ci accontentiamo di un mini tragitto ad anello sul dromedario, che Erika non ha mai provato. Io e Ste abbiamo già avuto modo di conoscere questi animali nella cammellata sul deserto di Marsa Alam (Mar Rosso).

Proseguiamo ancora in auto fino a raggiungere l’Hatta Heritage Village, a 60 chilometri da Dubai circa. E’ una ricostruzione storica in pieno deserto di un villaggio locale. Lo visitiamo con calma, per assaporarne l’atmosfera e apprendere le tradizioni di questa affascinante cultura. E anche perché fa un caldo tremendo! E’ molto interessante e realizzato con cura nei dettagli: un vero e proprio museo all’aperto, tranne per la ovvia finzione dei ‘personaggi’ che sono sostituiti da statue parlanti. Un sentiero conduce in alto fino alla torre, dove è possibile ammirare l’intera vallata e lo splendido aspro paesaggio circostante, alleviato dalla piccola oasi di palme. Rientra nei nostri piani anche una sosta al caratteristico negozietto di artigianato, con ottimi e singolari articoli di shopping da portare a casa come ricordo.

Lasciamo il villaggio e per pranzo stiamo nei paraggi raggiungendo alle 13.00 l’Hatta Fort hotel, pochi chilometri più avanti: un posto incredibile, una vera piccola oasi circondata dal deserto con un giardino rigoglioso, una piscina panoramica e tanto di campo da golf! Deve esserci un cielo stellato favoloso la notte da queste parti… Il ristorante offre un bel piatto di tortellini e pasta agli scampi per 223 dirams di conto complessivo in quattro.

La strada principale prosegue verso l’Oman iniziando a salire sui monti e diventando tortuosa (e pericolosa, per via di conflitti militari nel paese). Scegliamo a questo punto di tornare indietro, fermandoci nell’area di svago di stamattina per provare l’ebbrezza dei Quad. Non avendo alcuna esperienza, saliamo su quelli più piccoli pagando un’ora 130 dirams a testa. Una successione di dune sabbiose di diversa altezza segnano l’area nella quale diversi altri quad si arrampicano e corrono all’impazzata. L’inizio è alquanto buffo tra insabbiature e continui timori di rovesciamenti. Una volta capiti i meccanismi principali però, il divertimento è assicurato premendo a fondo l’accelleratore!! Si scorrazza tra le dune in un mix di eccitazione e follia, scavalcando dossi e ‘volando’ tra le creste: grandioso! E’ anche un perfetto modo di dimenticare la partenza e concludere degnamente questo fantastico viaggio di tre settimane…

Non resta che rientrare a Dubai, dove per le 18.00 godiamo di uno spettacolare tramonto al Burj Al Arab hotel, sulla spiaggia di bella sabbia bianca e fine di Jumeira. Si respira un’atmosfera di relax e magia, nell’ultima intensa emozione della vacanza.

Una volta al Rotana hotel, sistemiamo le valigie ed Erika ci lascia per seguire il padre ad Abu Dhabi. Lei rimarrà ancora dieci giorni: beata e invidiata!!! Io e Ste rimaniamo così soli nella nostra malinconia passeggiando nei dintorni e cenando in un Burger King, spendendo appena 28 dirams.

09/11/2005 – Dubai-Roma-Cagliari.

Alle 5.30 del mattino concludiamo il chek-out al ricevimento del Rotana e prendiamo un taxi verso l’aeroporto con tariffa di 40 dirams. Alle 7.50 il volo Emirates 97 su un Boeing 777/300 decolla puntuale da Dubai verso Roma… 4328 chilometri, sei ore e 20 minuti separano dall’Italia, dove atterriamo finalmente alle 11.30. Solito tram tram per il ritiro delle valigie e pranziamo da ‘Terrazza Mare’ all’aeroporto di Fiumicino. Compriamo nuovamente una versione di Umpa Lumpa piccolo, da regalare ad Erika come sorpresa al suo rientro. Attendiamo pazientemente le 16.20, quando il volo Meridiana condurrà definitivamente a Cagliari.

Si conclude qui un’altra esperienza fantastica ed indimenticabile tra le meraviglie dell’oriente, documentata da oltre 2.000 foto e 11 ore di filmino. Più i ricordi indelebili delle sensazioni nel nostro cuore. Nonostante in altri viaggi, dopo diverse settimane passate lontano da casa, sia capitato di rientrare abbastanza volentieri alla vita quotidiana, da questa vacanza, che è anche la più lunga per noi in assoluto fino ad oggi, non sentiamo per nulla questa esigenza. Anzi, vorremmo restare ancora in giro all’avventura per chissà quanti altri giorni! Purtroppo l’avventura è veramente finita e, come direbbe il nostro mitico Juergen conosciuto in Malesia: “THE TOUR IS OVER….”…… Almeno per ora…

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