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A Forlì per assaggiare la Pje (la vera Piada!!!)

Il territorio dove sorse Forum Livii, abitato da Celti e Galli è lo stesso dove nacque la Pje detta anche pjì o pjida a Cesena e Rimini e ancora pida o pièda in Valmarecchia. Le differenti denominazioni dialettali non modificano di certo il gusto e i meriti di questo cibo cotto su una lastra circolare dal diametro di circa 40 cm, che racconta la storia della gente di Romagna generosa e semplice. E semplici sono gli ingredienti: farina di grano duro, un pizzico di sale, appena di strutto di maiale, acqua e tanta forza di braccia per impastare! Tagliato a pezzetti l’impasto si distende su singoli strati con un mattarello e si cuocono su un testo ben caldo: i dischi dorati così ottenuti, hanno un diametro di 15-20 centimetri. Tra Forlì e Ravenna esiste una diversità nel diametro dei dischi: i forlivesi sostengono che il diametro deve essere non superiore ai 15 centimetri, mentre per i ravennati il diametro effettivo è quello dei 20 cm. sin dalla antichità. Barting Dusbergf, professore emerito di scienze della alimentazione sostiene che la piadina fu il pasto preferito delle truppe di Teodorico e poichè tra Ravenna e Teodorico c’è un antichissimo rapporto storico, ecco risolto l’enigma…

Nella cittadina romagnola di Sant’Arcangelo di Romagna (Rimini), si celebra ogni anno il Palio della piadina al quale partecipano donne e uomini giovani e non, che sotto un grande tendone armati di tagliere e fornelli a legna con sopra un testo, preparano con i già noti ingredienti quello che un poeta del luogo, il Pedretti, chiama dischi dorati come la faccia della luna, quando ha la luce di sbieco… ossia il pane di Romagna. I partecipanti stendono e cuoiono almeno 3 piadine per coppia, secondo una vecchia tradizione del luogo, ed una giuria eterogenea giudicherà la Piadina dalla ottima bontà sia calda che fredda: ciò nel rispetto di una antica regola del posto. La vera piadina è quella nuda ovvero cotta al testo e senza altri ingredienti, quasi come una tortilla messicana. Anche la piadina ha subito attraverso gli anni una sua metamorfosi, pur rimanendo integra nei tempi di cottura e negli ingredienti base.

La si può gustare quasi ovunque e sono numerosi, lungo le strade della Romagna, i barachèn ‘dla pjida, classica e tradizionale rivendita della piada che la propongono sia nella versione classica sia con i vari ripieni. Alle giovani generazioni la piadina piace farcita con nutella, a volte con marmellata di frutta esotica, oltre naturalmente con il prosciutto e salame che la fanno sempre da padroni. In verità c’è da dire che una piadina di dimensione ravennate o forlivese che si voglia, è il sostituto di un pranzo o di una abbondante cena.

Il nostro viaggio gourmand è anche nella terra dove se chiedi acqua, ti danno il vino. Siamo nella fascia collinare e pedemontana della Provincia di Forlì-Cesena, la cui posizione risulta proprio favorevole tra appennino e pianura, tra composizione, varietà dei terreni e vitigni acclimatati da secoli. Dei cinque vini romagnoli che ben si sposano con la nostra pjè, due i vitigni (Sangiovese e Trebbiano) padri maggioritari di molti vini, anche di grande pregio. Gli altri (Albana, Pagadebit e Cagnina) sono oltremodo peculiari del territorio. La piadina ha tutte le caratteristiche per ambire all’IGP, ossia alla denominazione di identificazione geografica protetta concessa dalla Comunità Europea ad alcuni particolari prodotti alimentari. Alcuni ristoratori espongono vetrofanie con la scritta qui si mangia la vera piadina romagnola: un anticipo di quella identificazione geografica protetta che, se dovesse essere concessa, porterebbe tanta popolarità in più ad una tradizione culinaria che accomuna storia e caratteristiche della romagnolità.

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Commenti

  1. pennabilli Dice,

    w la piadina

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